La sonda, la cometa e perché la ricerca?

Ieri leggo sui siti di alcuni giornali la conferma della notizia che vede il lander (http://it.wikipedia.org/wiki/Lander) Philae atterrare sulla superficie della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko.
Su facebook un amico scrive che l’evento, considerando le difficoltà tecniche e l’imprevedibile, lo fa ben sperare per il genere umano. Seguono molti like o se siete puristi “mi piace“.
Questo stesso blog scrive in altro dei suoi luoghi: “Philae è sulla cometa, un grande passo per l’umanità”. Apprezzamento diffuso.
La notizie cresce e, come si dice oggi, corre sulla rete rimbalzando tra siti di informazione e social networks.
Una vittoria della scienza e della ricerca.
Le Scienze, uno dei più importanti poli di divulgazione scientifica, scrivono infatti: “Ottenere nuovi dati che possano chiarire importanti particolari sulla formazione del sistema solare, sull’origine dell’acqua sulla Terra e forse anche della vita: è questo l’ambizioso programma della missione Rosetta dell’Agenzia spaziale europea (ESA), che in 10 anni di viaggio ha percorso 6 miliardi e mezzo di chilometri alla rincorsa della cometa 67P/Churyumov-Gerasimenko”.
Nel riportare la notizia tutti si profondono in commenti entusiastici correlando le foto di esultanza dei fautori del progetto. Nessuno, per adesso, chiosa il fatto con toni negativi o critici.
Mi spiego meglio.
Nessuno, che io sappia, ha scritto qualcosa sul perché ottenere informazioni di alto interesse astronomico (e non) dovrebbe essere una cosa importante.
L’importanza della ricerca è insomma data per scontata.
Vi meravigliereste se, andando al supermercato o al bar, una buona fetta di persone reagisse all’atterraggio di Philae facendo spallucce o addirittura con un “chi se ne frega?”.
Immagino bene come gli entusiasti dell’impresa scientifica bollerebbero tale atteggiamento da parte dei più.
Eccola lì, l’ignoranza del popolino. Impegnato a guardare solo davanti al proprio naso. A pensare all’immediato, a riempirsi la pancia. Il popolo che è rozzo e incolto. Il popolo ignorante e ciuco. Cosa ne sanno questi delle glorie della scienza, beoti cresciuti a pane e televisione spazzatura, che si bevono le bischerate delle Iene o seguono ciecamente i miracoli propinati da individui del calibro di Vannoni.
Ed invece io, perdonatemi se scado nei cliché populisti, ma nell’operaio cassintegrato che fatica ad arrivare a fine mese o nell’immigrato che vive in condizioni disumane provo invece ad immedesimarmi. Un’operazione teatrale sicuramente, visto che io faccio parte dell’elite privilegiata che ha studiato.
E quindi mentre guardo i miei figli che mangiano la stessa cosa da settimane (che fare la spesa costa) e che vestono sempre gli stessi abiti o mentre giunto da un paese devastato mi adagio su un materasso piscioso dopo aver cercato di invano un lavoro, penso anche che della sonda spaziale o quel che è non me frega un bel cazzo.
Perché sapere come si è originata la vita sulla terra non cambierà il destino di merda che grava sulle mie spalle.
Il sapere in questo caso sembra non fare la minima differenza.
Da dove nasce questo iato (i beceri anglofoni direbbero gap) tra le altitudini dei pochi colti e le bassezze molti ignoranti?
Voglio dire, perché il sapere deve essere importante (questo ci insegnano a scuola), perché esso è un valore nella nostra società?
Bisogna andare indietro per capirlo. Il dare per scontato del resto, è uno dei segni della contemporaneità.
Platone, nella sua Apologia di Socrate, fa dire al maestro che “la vita dell’uomo senza ricerca non è degna di essere vissuta”.
Aristotele rincara la dose e nella Metafisica scrive: “Infatti gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia: mentre da principio restavano meravigliati di fronte alle difficoltà più semplici, in seguito, progredendo a poco a poco, giunsero a porsi problemi sempre maggiori: per esempio i problemi riguardanti i fenomeni della luna e quelli del sole e degli astri, o i problemi riguardanti la generazione dell’intero universo. Ora, chi prova un senso di dubbio e di meraviglia riconosce di non sapere; ed è per questo che anche colui che ama il mito è, in certo qual modo, filosofo: il mito, infatti, è costituito da un insieme di cose che destano meraviglia. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. Cosicché, se gli uomini hanno filosofato per liberarsi dall’ignoranza, è evidente che ricercarono il conoscere solo al fine di sapere e non per conseguire qualche utilità pratica. E il modo stesso in cui si sono svolti i fatti lo dimostra: quando c’era già pressoché tutto ciò che necessitava alla vita ed anche all’agiatezza ed al benessere, allora si incominciò a ricercare questa forma di conoscenza. É evidente, dunque, che noi non la ricerchiamo per nessun vantaggio che sia estraneo ad essa; e, anzi, è evidente che, come diciamo uomo libero colui che è fine a se stesso e non è asservito ad altri, così questa sola, tra tutte le altre scienze, la diciamo libera: essa sola, infatti, è fine a se stessa.” (Aristotele, Metafisica, 982b-983a, trad. di Giovanni Reale, mio grassetto).
I due padri del pensiero greco insomma pongono le basi di questa visione. Il sapere per sapere. Il sapere senza interessi.
Dopo 5 anni di Liceo Classico e la laurea in filosofia sono anche io cresciuto pienamente dentro questo paradigma. Sapere è un valore. La conoscenza un bene superiore. La ricerca da difendere in quanto incarna la missione dell’uomo.
Non a caso Dante, in questo erede e reinterprete del classico, fa dire ad Ulisse nel suo Inferno il famoso:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza

A leggere queste parole non ci si sente forse presi come da un fuoco interiore? Qui si dice insomma che la conoscenza e di conseguenza la scienza, costituiscono una componente chiave dell’essere uomo. Chi non segue questo cammino è un bruto, condannato inconsapevole ad esaltarsi per l’esterna di Uomini&Donne o schiavo del desiderio per una borsa di Gucci o il piumino Moncler.
Ne consegue che di veri uomini la storia ne ha visti pochi. Da Platone ad Einstein, su fino ai ricercatori che hanno costruito ed inviato Philae, ecco una fortunata élite che ha fatto la gloria dell’intelletto umano e che relega nell’oblio tutti gli altri.
Ecco io ritengo che in una società di massa, nella quale tutti ricevono, o dovrebbero, un’istruzione superiore e dove l’accesso all’università è oramai per tutti (con i suoi pro e i contro, ma non è questo il luogo per discuterne ora) anche l’aristocrazia del pensiero mostri segni di stanchezza.
E si badi bene che la scienza non fu mai pura. Sogno dei filosofi. La scienza, come ogni prodotto umano, è sempre figlia della società e del tempo che la esprimono. Eppure essa è sempre tesa a trascenderli entrambi. E tuttavia anche l’immagine del sapere per il sapere, tanto sbandierata dagli scientisti di tutte le ore, si infrange sul modello di produzione scientifica odierna, signoreggiato senza sconti da un pensiero paneconomico rapace che ha nella produttività e nel profitto la sua unica aspirazione.
Ecco che questa danza perpetua, nel mondo odierno dove la scienza è finanziata anche grazie a grandi campagne di raccolta pubblica (si pensi in Italia a Telethon) e dunque ancor di più il suo (della scienza stessa) destino sia intrecciato con quello della società appunto che la esprime, forse è necessario ripensare al valore del sapere.
In una società in cui tutti hanno diritto di parola (spesso dicendo cazzate) non possiamo ignorare la sfida che questa enorme massa di esseri umani pone a noi, spiriti eletti. Non basterà liquidarli con la supponenza tipica dei dotti. Non servirà indossare un camice e dire “si inchini alla scienza”.
C’è un mondo che non vuole solo capire ma anche, forse per la prima volta, essere attivo in questo seguir virtute e canoscenza. Ed essendo ignorante lo fa nel modo che chiaramente noi menti elevate percepiamo come profondamente sbagliato. Ma se sapere è potere allora ha ragione lo zio Ben di Spiderman, ed un potere superiore richiama una superiore responsabilità. Coloro che sanno devono per primi rimboccarsi le maniche.
Se dobbiamo esultare (come io credo fermamente sia giusto) per le conquiste della scienza non possiamo sbandierare tali successi sperando che gli altri capiscano e dileggiando coloro che non ci arrivano. Dobbiamo saper includere. E si badi bene che includere significa coinvolgere non trasmettere, tanto per troncare le gambe ai fautori della comunicazione della scienza che puerilmente pensano che il solo essere esposti alla “verità” (quale poi?) possa mutare gli animi e le coscienze.
La scienza non si può semplicemente comunicare perché a differenza di quanto ritengono gli scientisti più beceri, essa non si produce solo nei laboratori, che così descritti rischiano di passare per novelle botteghe dell’alchimista, ma nasce da dinamiche complesse (perdonate il termine abusato) che vedono intrecciarsi filosofie e biografie, idee, interessi, fondi, pressioni politiche, tecnologie e via dicendo. Come vorremmo comunicare qualcosa che già nel suo nascere è un prodotto condiviso, ma che poi diventa monopolio solo di chi sa?
Quando insomma, l’operaio cassinegrato e l’immigrato, gli ultimi di cristiana memoria, arriveranno a comprendere il valore del fatto che è avvenuto oggi (assieme molti altri fatti) avremo parzialmente iniziato a colmare un divario che è antico, purtroppo, quanto la civiltà umana.
La soluzione? Non saprei.
Sono arrogante ma riconosco i miei limiti. Forse un ingrediente sta nel ripensare alla scuola, il primo mattone edificante della nostra società e che ostinatamente ci adoperiamo per smantellare. Investire nel sapere, di tutti e per tutti.
Scriveva a tal proposito qualche giorno Christian Raimo sul Post ( bellissimo articolo http://www.ilpost.it/christianraimo/2014/10/17/buona-scuola-renzi/)che “la scuola non deve preparare per un ingresso nella società. La scuola deve immaginarsi una società diversa“.

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