Endless River – Il declino dei Pink Floyd

Quando seppi della notizia di un nuovo album targato Pink Floyd ho storto il naso. Quando vidi la copertina ho temuto il peggio, e il peggio è arrivato. Ho sempre sostenuto che i Pink Floyd siano stati una delle più grandi band di tutti i tempi, hanno suonato e sperimentato la musica a dismisura. Ci hanno regalato perle che ancora oggi, ad ascoltarle, vengono i brividi di piacere per le emozioni che trasmettono. Come ogni band hanno avuto alti e bassi, sopratutto con la pubblicazione di A Momentary Lapse of Reason, di certo non uno dei migliori album da loro prodotti (non mi soffermo sull’abbandono dalla band di Roger Waters perchè The Division Bell a me è piaciuto).

Dopo venti anni dalla pubblicazione dell’ultimo album in studio, troviamo sugli scaffali Endless River. Saprete già che si tratta di registrazioni che non sono state incluse in The Division Bell, i brani sono tutti strumentali (tranne Louder Than Words) e le registrazioni facevano parte di un progetto secondario. Le tastiere sono di Richard Wright e, a detta dei due superstiti dei Pink Floyd, è un tributo all’amico scomparso nel 2008.

Tutto molto bello, se non fosse che l’album sembra la musica trasmessa nelle Spa, cioè suoni “ambient” che richiamano vecchi cavalli di battaglia della leggendaria band britannica. Dimenticate i lunghi brani dove la musica era ricercata e il suono ti accompagnava ad esplorare lidi incontaminati dell’arte musicale. L’ultima fatica di Gilmour e Mason sembra più un voler raschiare il fondo, il tutto impacchettato con le migliori tecniche del suono oggi disponibili. Per non parlare della copertina, tra il New Age e i Testimoni di Geova, dove il tizio che rema sulla barca sembra proprio Richard Wright visto di spalle, davvero di cattivo gusto.

In Endelss River non c’è nessuna vena creativa, ma sembra soltanto un’operazione commerciale, perché se questo è il risultato, allora i Pink Floyd non hanno più niente da dire.

Sarebbe stato meglio ricordarli com’erano a Pompei.

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