Non rompete. Inchinatevi alla scienza.

Bene, ieri sono andato a vedere Interstellar. Un po’ all’ultimo momento in effetti, ormai il resto del mondo lo conosce bene. Se n’è discusso un sacco, come avviene per ogni film di Nolan, e non si è arrivati a capo di niente. Andiamo con ordine.

Questa non è una recensione del film. Ad ogni buon conto dico che non mi è piaciuto, non mi ha detto molto, mi è sembrata una storia piuttosto banale confezionata in modo discutibile sebbene dotata di quei due o tre elementi che creano improvvisi picchi di spettacolarità. Quei picchi bastano a vendere il film e a far parlare di “capolavoro” di “rinascita della fantascienza” e di paragoni piuttosto dubbi con 2001: Odissea nello spazio.

Interstellar: locandinaOra, di questo film ho sentito criticare continuamente il mancato realismo degli elementi scientifici. Lo capisco: se cerchi di fare un film molto attinente alla realtà come la conosciamo, devi aspettarti che il pubblico ti faccia le pulci. Eppure non è cosa utile, non c’entra niente. Non è cinema. Per un regista o uno sceneggiatore, la scienza come tale è irrilevante, ai fini di una storia. Quello che conta per loro è il significato che quella scienza si porta dietro, le implicazioni emotive, le decisioni che si devono prendere, le ossessioni e tutto il resto.

Immaginate di fare una prova, immaginate di trovare nel mondo un autore e uno scienziato che non hanno mai sentito parlare della questione Rosetta. Immaginate di raccontargli tutto e di chiedergli un parere. Lo scienziato vi chiederà maggiori informazioni sui risultati ottenuti, su come certe operazioni siamo state possibili e probabilmente si interrogherà sulle possibili implicazioni di questa impresa nel proprio campo di studi. L’autore no. E’ un mestiere diverso il suo. Potrebbe, ad esempio, rimanere colpito dall’idea che la sonda adesso chiuderà gli occhi finché non incontrerà di nuovo la luce del sole che ricaricherà le batterie. Vi dirà che lo trova intrigante. Un occhio distante, che rappresenta uno sguardo dell’uomo sull’ignoto si chiude finché il sole non gli darà una nuova spinta per riaprirsi. Sarebbe una bella metafora di un amore perduto (a volerla far banale), di come l’uomo deluso non abbia più voglia di guardare e rapportarsi con il mondo finché troverà un nuovo sole (una donna? Una passione? Un progetto?) che gli darà una nuova iniezione di entusiasmo.

Non credo che uno dei due, scienziato e autore, sia una persona migliore dell’altra. Va solo così, che ognuno ha il suo lavoro e il suo personale sguardo sul mondo.

Quindi Interstellar della scienza in quanto tale se ne frega. E anche lo spettatore, a mio avviso, dovrebbe.

Interstellar: immagine dal film

Per alcune persone Interstellar parla di viaggi, per altri parla di quell’ideale americano per cui in tempi di crisi bisogna partire e colonizzare, ripetendo l’operazione di genesi degli stessi USA. Per altri ancora (qui in questo blog) è una metafora di come in tempi difficili si dovrebbe investire in progetti ambiziosi.

Ecco, anche no. Forse c’è anche un po’ di questo, certo, quasi nessun film parla di un solo argomento a meno che non sia o molto molto bello o incredibilmente brutto.

Interstellar è una storia d’amore, nello specifico tra un padre e una figlia. Quando hai dei figli, dice il protagonista, diventi il fantasma del loro futuro, cioè sei tu che glielo devi assicurare e tu devi farli sentire protetti. E se ami davvero i tuoi figli, se sei davvero un padre, allora sarai capace di proteggerli anche attraverso lo spazio e il tempo. Il tuo ricordo, il modo in cui li hai tirati su, la fiducia e la costanza che gli hai trasmesso, si tramuteranno nel tuo fantasma e sarà come se tu fossi davvero lì con loro sempre, anche dopo la morte. Nolan non fa altro che trovare nella scienza una buon modo per mettere in allegoria questo concetto: la teoria della relatività e il modo in cui il tempo si modella in base ai campi gravitazionali e alla velocità. Aggiunge poi spezie a piacere, imbandisce la tavola nel più sfarzoso dei modi e serve tiepido.

Il motivo per cui il film non mi è piaciuto molto è che quest’allegoria viene presentata piena di falle, di imperfezioni, con personaggi piatti che non crescono, non cambiano, non hanno rivelazioni e non prendono grandi decisioni. La metafora anzi svilisce sia il tema che la scienza anziché sfruttare la sinergia per elevare entrambi gli aspetti. Il tema è sfacciato: continuamente viene rimarcato l’importanza dell’amore, dei sentimenti, dei legami che sarebbero solo una dimensione quantificabile ma non ancora codificata dall’uomo. Il finale poi, forse per paura che al cinema non si capisse, viene spiegato per filo e per segno dall’unità robotica di turno che, a dirla tutta, nel corso del film è stata molto più utile di chiunque dei personaggi umani.

In una storia il tema va messo sotto il tappeto, non si deve vedere, nessuno lo dovrebbe nominare davvero. In Interstellar non fanno altro. Si parla d’amore, poi ci si mette in mezzo minuti e minuti di immagini degne del miglior videogioco, qualche punta d’azione per evitare il sonno degli spettatori, e poi giù un altro mezzo chilo di amore.

Bill Murray, Dan Aykroyd e Harold Ramis in una foto sul set di GhostbustersIn questi stessi giorni, per via dell’anniversario, ho potuto vedere al cinema Ghostbusters. Si tratta di un film dell’84 di cui si parla ancora con una passione che mette invidia perfino alla saga di Ritorno al Futuro o del Signore degli Anelli. Di Ghostbusters si parlerà ancora tra dieci anni mentre Interstellar, potrei scommetterci, sarà uno dei tanti film di fantascienza, magari consigliati.

Non faccio questo paragone a caso. Interstellar e Ghostbuster appartengono allo stesso genere. Fantascienza con un tocco di fantastico. Nel primo caso il fantastico è attribuito ai buchi neri e alla loro natura, nel secondo caso all’esistenza dei fantasmi. Interstellar è un film drammatico, l’altro è commedia, tra i due ci corrono trent’anni di tecnologia e quindi so bene che usano un linguaggio profondamente diverso.

Negli anni 70 e 80 la credibilità della parapsicologia era altissima nell’ambiente accademico, soprattutto in America. Esperimenti sull’ESP, sulla chiaroveggenza, sulle possibilità che la mente umana avrebbe avuto di parlare con i defunti o muovere gli oggetti. Era scienza, prima che cadesse in disgrazia, c’erano facoltà, laboratori e fondi. Ghostbusters, come Interstellar, della scienza se ne frega.

Da alcune sporadiche frasi di Egon Spengler (interpretato da Harold Ramis che per chi ancora non lo sapesse è stato anche autore del film e di altre pellicole che hanno fatto scuola) si capisce che l’ectoplasma dei fantasmi ha carica negativa, che per questo gli zaini sono protonici e che le trappole in cui le entità vengono risucchiate hanno un campo negativo, così una volta dentro non scappano. Ma tutto qui. Nonostante questo ha avuto più o meno le stesse critiche di Interstellar, con stormi di nerd appassionati che cercavano falle o spiegazioni nella struttura scientifica, esaminando ogni frase, gesto e lucetta sugli zaini dei protagonisti.

Ok, ma di che parla Ghostbusters? Di fantasmi? Di paura? D’amore? Ghostbusters ha trent’anni ed è più attuale di Interstellar, perché parla di precari. Parla di un gruppo di ragazzi che nessuno prende sul serio: l’università li caccia perché li considera dei perdenti, le istituzioni dubitano di loro prima ancora di capire quali siano le loro idee, il sindaco stesso si convince ad aiutarli solo quando si mettono in gioco i voti che potrebbe perdere o guadagnare. Sì, lo so… il film fa ridere e non sembra serio. Non sembra. Eppure parla dei giovani e del fatto che siano loro ad avere lo sguardo giusto, l’energia e la creatività per salvare il mondo, anche se si tratta di quello stesso mondo che ti tratta come un idiota.

Harold Ramis in un'immagine dal film GhostbustersNon ha l’intensità delle frasi sull’amore di Interstellar, lo so. Non ha la carica emotiva che sprigiona quell’audio perfetto (ereditato da Gravity) o che deriva dalle grandi scene di sacrificio. Ma è una tematica che è stata ben infilata sotto il tappeto, che non si vede ma c’è e che dà senso al film, ai personaggi, a quello che fanno e alla loro ragione d’essere lì in quel momento.

Io non ho niente contro i film che cercano di strapparti un verso di meraviglia puntando solo su alcune scene visivamente bellissime e qualche effetto audio. Si chiama “Cinema d’attrazione” ed è antichissimo, c’è fin dai tempi in cui i fratelli Lumière minacciavano la platea con un treno.

Quello che mi fa un po’ senso è leggere e sentire tante persone che innalzano al cielo Interstellar solo perché è riuscito a stupirli e ad aiutarli nell’odiosa operazione di “spegnere il cervello e godersi il film, con quegli effetti clamorosi che, eh!”, poi se anche la storia non è granché che vuoi che sia?

Nessuna arte cerca di farti spegnere il cervello. Semmai cerca di fare la monella, di romperti una finestra o di svegliarti la notte, o di farti passare una giornata diversa. Perché, sai com’è… capita che la critica, l’autocritica le idee e perfino le risate (quelle vere) si facciano col cervello acceso.

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