Immigrazione: la miseria delle nazioni e le virtù dell’Impero

STOP INVASIONE.
Con questo slogan la Lega Nord celebrava la sua nuova liturgia che da partito secessionista e poi federalista, ha nuovamente mutato la sua identità per configurarsi come principale partito anti-europeista sulla scia, anche ma non solo, di progetti politici risultati vincenti Oltralpe, Front National in primis.
Non è essenziale qui discutere le differenze tra un partito di ispirazione nazionale/nazionalistica come FN rispetto ad uno di matrice federalista/autonomista.
Tali differenze chiaramente esistono e sono fondamentali, ma possiamo affermare, senza temere imprecisioni interpretative, che su alcuni temi le due formazioni politiche condividano posizioni ed obiettivi.
La Lega riesce, merito anche di una strategia comunicativa ben studiata da parte di Salvini, soprattutto perché fa appello alla difesa di quella categoria del tradizionale (declinazione colta di nazionale) che sembra toccare gli elettori non tanto appunto solo come tali ma in quanto precisamente appartenenti ad uno spazio sociale e politico comune che, semplificando, chiamiamo nazione. Quella nazionale è una logica, di ispirazione chiaramente Hegeliana, fondata sull’idea dialettica di un’unità che si riconosce in base a ciò che è altro da lei.
Una nazione infatti non si esaurisce nei suoi confini tracciati su una mappa, ma stabilisce la sua identità sia attraverso la narrazione della propria storia, di una propria matrice culturale nettamente distinguibile dalle altre (si parla così di cultura italiana diversa dunque da quella inglese o francese) che attraverso gli usi, i costumi, le lingue, le abitudini.

La formazione dell’identità culturale del nostro paese è peculiare e studiatissima, si è costituita in più tappe, seguendo un percorso tutt’altro che lineare. Si pensi a come essa sia composta ma al contempo si scontri con quelle che sono le identità regionali (financo comunali!) che in passato, non senza falsificazioni storiche piuttosto becere, hanno alimentato proprio movimenti come quello della Lega.
Oltremodo l’identità, che si accompagna al senso di appartenenza da essa generato, è tale anche e soprattutto in virtù della percezione dei suoi membri che la rinforzano quotidianamente (e anche inconsapevolmente) con i loro atteggiamenti attivi ed il loro reagire al contesto che collettivamente contribuiscono a formare.
Per Metternich l’Italia era solo un’espressione geografica e non a caso Cavour, in seguito all’unificazione sabauda, disse che fatta l’Italia era giunto ora il momento di fare gli italiani.

Eppure a fianco di questi chiari elementi di separazione, troviamo anche tratti comuni nella condivisione di certe componenti, testimonianze di un passato in cui l’Italia era unita in quanto culla della civiltà romana.
Non serve ricordare qui la funzione che il mito romano (mito perché appunto declinato in chiave liturgico/politica) ha avuto per il fascismo al fine di dare un fondamento alla creazione di una nuova identità nazionale.

Tuttavia il carattere sorprendente di questa fondazione mitologica è che essa in qualche modo tenta di fondare la nazione sulla base di qualcosa che nasce e si sviluppa sovranazionalmente e che come tale va oltre i confini della tradizione e si fa ricettacolo per la sintesi di identità diverse: l’Impero.
Ed infatti il primo nazionalismo fascista, quello più politico, permette ad esempio di far dire in una strofa della celebre canzone Faccetta Nera, un paradossale “sarai Romana”,rivolto alla giovane abissina, poi eliminato quando il regime aderirà ad un nazionalismo imbevuto di elementi razziali (un nazionalismo questo molto diverso, mutuato dal nazismo, che era stato creato a partire da un altro mito, edificato sul pangermanesimo, che vedeva nel sangue e nella terra le proprietà essenziali su cui fondare l’identità del popolo medesimo).

Invece l’Impero.
La forma imperiale, a differenza di quella nazionale, non si pone come espressione dell’identità di un popolo. Essa sovrasta popoli e nazioni unendoli attraverso il potere della legge. Il diritto, la lex romana, è la chiave di volta su cui si è realizzato uno dei progetti politici più cosmopoliti mai creati nella storia dell’uomo.
Roma ha visto imperatori provenienti dalle più remote province del suo dominio. Non era tanto la loro origine etnica a fare la differenza quanto la loro piena identificazione nella forma imperiale a renderli romani.
Civis romanus sum. Sono cittadino romano. La frase più ambita per chiunque abitasse nell’Impero. E si badi bene che questa frase non prescriveva affatto l’abbandono del proprio retroterra culturale, della propria identità. Anzi vi si aggiungeva. Poiché l’identità imperiale era vista come la sintesi magnifica dei più svariati popoli che abitavano all’epoca il mondo conosciuto.
Certamente il processo di inclusione non fu sempre scorrevole e richiese diverse tappe. Le resistenze furono numerose e gli italici cercarono a più riprese di preservare gelosamente la cittadinanza romana, più per paura di perdere i privilegi che essa garantiva che per ragioni ideologiche.

Tuttavia infine la Costituzione Antoniniana, promulgata nel 212 d.C. dall’Imperatore Caracalla, garantì la cittadinanza romana a qualunque abitante entro i confini dell’Impero. La forma imperiale era compiuta.

Più di ogni mia analisi valgano invece le parole dell’imperatore Claudio, che, riportato da Tacito, esorta il Senato ad estendere il diritto di cittadinanza a quei popoli altri, spesso prima nemici, ma che adesso costituiscono l’ossatura dell’impero stesso. E Claudio appunto argomenta ricordando ai ricchi senatori quanto essi stessi discendano da popolazioni che un tempo non furono romane. Le parole di Claudio mostrano bene come quindi il nucleo della civiltà latina nasca dal fondersi di genti diverse e dalla capacità di unirsi.

Dice dunque Claudio:
I miei antenati, il più antico dei quali, Clauso, di origine Sabina,
fu contemporaneamente accolto nella cittadinanza romana e nel
numero dei patrizi, mi esortano ad adottare i criteri da loro
seguiti nel governo dello Stato, trasferendo qui quanto si può
avere di meglio, dovunque si trovi. Non ignoro infatti che i
Giulii furono fatti venire da Alba, i Coruncani da Camerio , i Porci
da Tuscolo, e, per lasciare da parte gli esempi antichi, furono
chiamati a far parte del senato uomini provenienti dall’Etruria,
dalla Lucania e da tutta l’Italia e, da ultimo, i confini dell’ Italia
stessa furono estesi sino alle Alpi perché non solo singoli
individui, ma interi territori di popoli si congiungessero in un solo
corpo sotto il nostro nome. All’interno si consolidò la pace e
all’esterno si affermò la nostra potenza, quando si accolsero nella
cittadinanza i Transpadani e l’insediamento delle nostre legioni in
tutte le parti del mondo ci offrì l’occasione per incorporare nelle
loro file i più forti dei provinciali e dare così nuovo vigore
all’impero esausto. Ci rammarichiamo forse che siano passati tra
noi i Balbi dalla Spagna e uomini non meno insigni dalla Gallia
Narbonese? I loro discendenti vivono tuttora e dimostrano di
non amare certo meno di noi la nostra patria. Per quale altra
ragione decaddero Sparta e Atene, pur così potenti sul piano
militare, se non per aver bandito da sé i vinti quali stranieri?
Ma l’accortezza del nostro fondatore Romolo fu tale che molti
popoli ricevettero da lui la cittadinanza nello stesso giorno in
cui ne erano stati vinti come nemici. Su di noi hanno regnato
re stranieri e la concessione di magistrature a figli di liberti e non
è una novità dei nostri giorni, come alcuni credono
erroneamente,ma una pratica seguita dai nostri antichi. […] O
senatori, tutto quello che oggi si crede antichissimo, un tempo
fu nuovo: le magistrature prima riservate ai patrizi passarono ai
plebei e dai plebei ai Latini e infine agli altri popoli d’ Italia.
Anche questo provvedimento diverrà un giorno antico e ciò
che oggi noi sosteniamo con esempi precedenti sarà anch’ esso
annoverato tra i modelli
.” [Tacito, Annales XI, 24]

Tralasciando la modernità e lungimiranza di queste parole, confrontate soprattutto con i bovini argomenti leghisti, esse però mettono in luce quanto i problemi dell’immigrazione non nascano tanto dalla diversità tra le culture quanto dalla mancanza di un’azione politica forte volta ad amalgamarle. Se da una parte la Lega ha gioco facile nel rivolgersi agli istinti più bassi dell’agire umano è pur vero che tradizionalmente la sinistra non è riuscita ad affrontare il problema immigrazione.
E questo perché si è scordata (volutamente o meno) del fattore unificante del diritto e ha completamente disatteso la speranza di una visione politica d’insieme e di sintesi.

La ragione, io credo, è da cercarsi nella peculiarità odiosa del nazionalismo. Le forme nazionali infatti affrontano la questione dell’immigrazione sotto la forma del multiculturalismo, nel quale le diversità degli altri è definita in base al discostarsi dalla propria.
Multiculturalismo vuol dire insomma dimenticare la sintesi. Ciò che invece ritroviamo nella parola, di origine greca, cosmopolitismo.
Questo perché il primo senso della parola “cosmo” non è “universo” ma “ordine”.

L’ordine teorico/politico che appunto investiva il cittadino romano di diritti ma anche di doveri e che lo portava ad abbracciare la forma imperiale senza rinunciare a quella culturale. Con l’impero si pone fine insomma all’equivalenza tra nazione/popolo e stato. La patria insomma cessa di essere identificata in modo arcaico con l’appartenenza etnica o la circoscrizione geografica.

Scrive a tal proposito Claudio Magris in articolo apparso sul Corriere della Sera nel 2002 che: “il nazionalismo e il municipalismo sono egualmente antipatriottici perché sono entrambi particolaristici, ringhiosamente chiusi e ottusi, incapaci di pensare e sentire all’ingrande, in termini universali. L’autentico patriottismo sa trascendersi.”

La forma sovranazionale che trascende il particolare è appunto quella imperiale
.
Farebbero bene i nazionalisti difensori della tradizione a rammentare che gli ultimi difensori della cultura romana furono proprio alcuni di quei barbari, oramai diventati più romani degli ultimi imperatori e che spesso si dipingono come distruttori della cultura classica e che vengono, altrettanto spesso, equiparati gli immigrati.

Scrive sempre Magris che “la Patria è questo legame fra la particolarità del luogo natio e l’oriz­zonte del mondo“.
Alla nazione questo orizzonte manca perché essa è condannata alla mediocrità. Lo si vede anche nel fallimento dell’Unione Europea, un’accozzaglia di nazioni appunto, lontana anni luce dalla forma imperiale.
Di fronte alle miserie della nazione non resta che rimanere abbacinati di fronte alla luce splendente dell’Impero.

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