Che faccio? Bio o non bio?

La direzione sempre più “salutistica” verso la quale sembra dirigersi la nostra società (dopo un eccessivo inneggiamento ai Fast Food, retaggio degli anni ’80-’90), ci sta mettendo di fronte ad una scelta quotidiana ben precisa: biologico o non biologico?

Se da un lato le nostre tasche ci portano verso il non-bio (considerando che mediamente un prodotto biologico costa almeno il 15% in più), d’altra parte la nostra coscienza ci conduce verso ciò che sembra essere più sano. E il punto è proprio questo: lo è davvero?

Se si pensa al biologico, sembra quasi automatico associare quel prodotto a qualcosa di sano, appunto, controllato, che rispetti determinate norme e che sia anche ecosostenibile. Detto in soldoni, se vado al negozio biologico e investo un maggiore quantitativo di denaro, mi aspetto di ricevere in cambio una merce controllata, che sia priva di additivi chimici e che venga coltivata senza l’utilizzo di diserbanti e pesticidi. Mi aspetto che la mucca pascoli serena per i verdi prati e che non le siano somministrati ormoni e antibiotici. Queste, in parole povere, sono le speranze del consumatore più attento all’ambiente e alla propria salute. Ma gli auspici del consumatore, sono effettivamente ben riposti? Sulla questione aleggia un alone di mistero che, però, negli ultimi tempi si sta leggermente dissolvendo grazie alla continua curiosità del consumatore, molto più attento e sveglio rispetto al passato.

La prima domanda da porsi è quella forse più elementare: nel momento in cui acquisto un prodotto proveniente da agricoltura biologica, sto effettivamente comperando un qualcosa che sia qualitativamente superiore allo stesso prodotto proveniente da coltivazioni non biologiche? Se si parla in termini di sostanze nutritive, quindi di un maggior quantitativo di vitamine, sali minerali, ecc., si tratta quasi sicuramente di un falso mito. Se prendiamo un cavolfiore biologico, per dirne una, è alquanto improbabile che presenti un maggior quantitativo di nutrienti rispetto a un suo cugino non bio. O per lo meno, ci sono opinioni contrastanti a riguardo. Studi dimostrano il contrario, ma è molto più probabile che la quantità effettiva degli elementi nutritivi dipenda da altri fattori, che non sono esclusivamente appannaggio delle agricolure bio. Come, ad esempio, il clima e il metodo di coltivazione. Va da sé che anche se un prodotto non è etichettato come “biologico”, ma è stato coltivato coi dovuti accorgimenti, è altrettanto sano.

Molti sono stati gli studi effettuati sulla questione, uno in particolare ha preso in esame i pomodori biologici (Caris Veyrat, “Journal of Agricultural of Food Chemistry”, 2004). I pomodori, in generale, contengono un numero enorme di micronutrienti: antiossidanti come la vitamina C, carotenoidi e polifenoli. Lo studio ha dimostrato che i livelli dei nutrienti presenti nel sangue di chi ha mangiato per tre settimane passata di pomodoro bio, rispetto a quelli che hanno mangiato quella non bio, non differivano.

Ma il vero punto di forza del biologico, che gli conferisce un sostanziale rilievo soprattutto in questo determinato periodo storico-sociale (e quello che evidenziano maggiormente le multinazionali e i coltivatori), è l’inutilizzo di antiparassitari, pesticidi e additivi chimici, conservanti e OGM. E questo è un dato di fatto, anche se non sono pochi i casi in cui i controlli effettuati portano alla luce l’utilizzo di tecniche non a norma e il conseguente sequestro delle merci e multe per il coltivatore. Perché, ovviamente, esiste una vera e propria normativa europea che disciplina i produttori (Regolamento CE 834/2007 e 889/08).

Cosa impongono, dunque, queste leggi? Vietano l’utilizzo di additivi chimici (come abbiamo già detto) e obbligano all’impiego, invece, di fertilizzanti e tecniche antiparassitarie naturali; richiedono la pratica di tecniche agricole appropriate, come la rotazione, che diminuisce il rischio di parassiti e sfrutta maggiormente le sostanze nutritive del terreno (per maggiori informazioni consultare il sito dell’Associazione Italiana per l’Agricoltura Biologica – www.aib.it). Il fatto, quindi, che un prodotto per essere giudicato “biologico” debba passare attraverso dei controlli molto più rigidi rispetto ai prodotti coltivati con metodi “tradizionali”, dovrebbe rasserenarci e farci tirare un sospiro di sollievo. Ma questi controlli, chi li fa?

La questione è proprio questa. Secondo la FederBio, l’Italia è tra i primi dieci Paesi al mondo con maggiore percentuale di terreni biologici rispetto al totale della superficie riservata all’agricoltura. Ed è il Ministero delle Politiche Agricole a gestire i controlli eseguiti dai cosiddetti “organismi di controllo”. Il problema è che questi enti, che devono assicurare l’osservanza delle regole da parte dei produttori, sono privati e vengono sovvenzionati dai produttori stessi. Può quindi rivelarsi efficace un sistema in cui chi deve essere regolamentato e controllato sovvenziona colui che lo deve controllare?

La questione è ancora troppo poco chiara e far luce sarebbe veramente opportuno nel rispetto dei consumatori che, a tutti gli effetti, non sanno più che pesci pigliare.

Le domande da porsi sull’affidabilità del biologico sono molte, tra queste anche se ha senso definirlo ecosostenibile. Se da un lato sicuramente sì, perché adotta sistemi di coltivazione che non vanno ad inquinare le falde acquifere e i terreni, d’altro canto è pur vero che la maggior parte dei prodotti che vediamo tra gli scaffali del supermercati bio provengono da molto lontano e percorrono quindi migliaia di km prima di approdare nel negozietto sotto casa. Logicamente le multinazionali hanno necessità di distribuire i loro prodotti su larga scala, ma in questo modo non stiamo parlando certo del cosiddetto “km zero” e sicuramente le merci non vengono trasportate col tappeto magico, ma da TIR o aerei che producono inquinamento non indifferente. Non è dunque un enorme paradosso visto che per definizione il biologico dovrebbe sfruttare le risorse del territorio e proprio per questo, di conseguenza, costare meno?

Insomma, c’è del buono e non. Come praticamente in tutte le cose. L’importante, però, è documentarsi o cercare di farlo al meglio, tenere gli occhi aperti e non affidarsi a quello che sembra o a quello che ci vogliono far credere che sia.

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