Dagli abissi marini alle profondità dello spazio

Vi voglio parlare di due campi estremi della ricerca scientifica: gli abissi marini e le profondità dello spazio. Posti per lo più sconosciuti che suscitano fascino, grazie all’alone di mistero (dovuto a una scarsa conoscenza) che li circonda, che sorprendono grazie ai traguardi raggiunti, aggiungendo un tassello alla comprensione di questi ambienti.

Un team internazionale di ricercatori tra biologi, geologi, microbiologi e genetisti, ha filmato a oltre 8000 metri di profondità, nella Fossa delle Marianne, una specie marina mai osservata prima. E’ sorprendente come a tali profondità sia ancora possibile la vita per organismi complessi come i pesci. Di certo questa specie deve avere delle caratteristiche molto particolari che le permettono di sopravvivere alle condizioni estreme di pressione e temperatura presenti a quelle profondità.

Prima d’ora non si pensava fosse possibile la sopravvivenza di pesci a tali profondità. In realtà gli abissi marini pullulano di vita, come ci testimonia la spedizione della nave laboratorio Falkor. Fondali marini, quindi, come terra di frontiera nel campo delle scienze naturali come ai tempi di Giulio Verne e le 20.000 leghe sotto i mari.

20000 lege sotto i mari

Altra frontiera è quella dello spazio interstellare. Abbiamo l’uomo sulla luna e sonde su altri pianeti del sistema solare, oltre che su una cometa, ma quello che c’è oltre possiamo studiarlo soltanto attraverso le osservazioni con i telescopi. Il 5 settembre 1977 fu lanciata la sonda Voyager 1 con lo scopo di studiare i pianeti giganti Giove e Saturno. In un articolo pubblicato su Nature il 12 settembre 2013, la sonda è ufficialmente entrata nello spazio interstellare.

Gli scienziati ci tengono a precisare che la sonda è uscita dall’eliosfera ma non dal sistema solare. La differenza è sottile, infatti l’eliosfera è quella zona del sistema solare dove il “vento solare” è maggiore della materia dello spazio interstellare. Viene considerata parte del sistema solare, invece, anche la zona chiamata Nube di Oort, che si trova a distanze cento volte superiore a quella raggiunta dalla sonda. La Voyager 1 si trova quindi in quella zona dello spazio dove le particelle solari non sono più “potenti” ma si risente ancora dell’attrazione gravitazionale del Sole. Questo fa di lei l’oggetto più lontano in assoluto costruito dall’uomo.

Oort cloud Sedna orbit

Ma come fanno gli scienziati a sapere che la Voyager 1 è passata nello spazio interstellare? Semplice, perché funziona ancora, grazie a una particolare batteria a radio isotopi, e invia sulla terra i dati delle sue rilevazioni. Ora continua a viaggiare in direzione della costellazione dell’Ofiuco e a bordo si trova un disco di rame placcato oro contenete immagini e suoni della terra. Sulla custodia ci sono disegnate delle “istruzioni nel caso qualcuno la trovasse”.

Queste scoperte ci fanno riflettere sulla natura ambivalente dell’uomo. Un essere vivente capace di esplorare luoghi inaccessibile e con il suo ingegno costruire oggetti meravigliosi infusi di romanticismo (immaginatevi un ipotetico alieno che ascolta il disco della Voyager). Un essere che è anche in grado di perpetrare le peggiori barbarie degne del peggior oscurantismo.

Pensiamo alla spedizione nella Fossa delle Marianne e a Voyager 1 come esempi positivi, frutto dell’essere umano.

 

 

Immagine della sonda Voyager tratta da: NASA

Immagini di 20.000 leghe sotto i mari e Nube di Oort con licenza Pubblico dominio tramite Wikimedia Commons

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