The Imitation Game: come i nerd sconfissero i nazisti

Locandina di The Imitation GameThe Imitation Game è un film da poco uscito nelle sale italiane, diretto da Morten Tyldum, in cui si racconta la vita del matematico inglese Alan Turing. Turing era uno scienziato geniale che lavorò in segreto per il suo paese allo scopo di decifrare i messaggi che i tedeschi mascheravano grazie alla macchina Enigma. I codici dei tedeschi erano impenetrabili e cambiavano ogni giorno. Per venire a capo delle strategie naziste gli inglesi puntano su Alan Turing e su un ristretto numero di crittografi i cui successi saranno poi celati alla storia per mantenere il segreto militare.

Premetto che ho guardato The Imitation Game con piacere ma l’ho trovato piuttosto sopravvalutato. Avete presente quei dolci che alla fine sono piuttosto ordinari ma che hanno una crema, proprio nel mezzo, talmente buona che chi se ne importa, li mangi lo stesso? Per me la crema è stata la recitazione. Benedict Cumberbatch nel ruolo di Turing ha dato il meglio di sé, con un’interpretazione che non si faceva sentire solo nelle scene madri ma anche nei dettagli, negli sguardi e nei movimenti delle mani. Mi ha ricordato (forse per prossimità di ambientazione) il tipo di studio che deve aver fatto Bruno Ganz per interpretare Hitler ne La Caduta.

Il vero Alan Turing
Il vero Alan Turing

Crema a parte, impasto e tempi di cottura di The Imitation Game non mi hanno colpito. Il film avanza lungo tre linee temporali: quella presente in cui Turing, in stato di arresto, siede di fronte a un poliziotto che gli chiede di lui; quella principale (passato vicino) in cui Turing cerca di decifrare i codici tedeschi; quella remota (circa venti anni prima) in cui si innamora del suo migliore amico ai tempi del college. Tutte e tre le linee vanno a incontrarsi sul finale e completano l’affresco del personaggio di Alan Turing. Lo schema della cornice temporale dentro cui, come un flashback, si sviluppa la storia principale è un vecchio schema molto usato (soprattutto in televisione) proprio per i racconti biografici. Nel cinema americano ora si usa un po’ meno, noi in Italia lo usiamo praticamente sempre. Ovviamente non è questo che fa decadere un film, a non avermi convinto sono state sia la fotografia pulitissima ma un po’ scontata, sia la regia, che si vede tanto. Una buona regia non si vede, la telecamera diventa un’estensione dell’occhio dello spettatore. In The Imitation Game, Tyldum tenta, secondo me, un tipo di dinamismo nella scelta delle inquadrature e nel montaggio che gli si ritorce contro. Si vede la mano del regista, spesso è come se lui prendesse lo spettatore e lo spostasse di un metro per poi dirgli “Adesso guarda la scena da qua”.

Infine, i personaggi. Tutti loro, ad eccezione forse di Keira Knightley che mi è parso stonasse un po’, hanno sostenuto interpretazioni magnifiche e su questo non c’è molto da aggiungere. I personaggi in sé tuttavia, non hanno grande corso all’interno della storia. Fatta eccezione per il protagonista che viene tratteggiato da questo incrocio di passato e presente, gli altri personaggi sono molto funzionali alla storia, caratterizzati da uno o comunque pochissimi tratti e praticamente nessun conflitto. Per fare un esempio senza rischio di spoiler, basta una sola scena in cui Turing offre delle mele per superare d’un balzo la questione di “come riuscirà un uomo così scostante, egocentrico e graffiante come Turing a conquistarsi la fiducia dei collaboratori?”. Perché Turing effettivamente è una persona con cui è complicato aver a che fare. Soffre di un lieve autismo, è più intelligente di chiunque altro, è onesto e decisamente troppo diretto. Potreste triangolare la sua posizione partendo da John Nash di A Beautiful Mind, Sheldon Cooper di The Big Bang Theory e il Dr. House. Eppure il suo rapporto con gli altri è fin troppo semplice. Tutti riconoscono il suo talento già dieci minuti dopo l’inizio del film e da lì la strada è in discesa. Questo da un lato ferma l’evolversi dei comprimari, che infatti rimangono funzioni pronte ad attivarsi quando serve a tratteggiare meglio Turing, dall’altro fiaccano il tema stesso del film.

Una scena da The Imitation Game

Parliamo un momento di questo tema. The Imitation Game, il gioco dell’imitazione, fu citato come esempio da Turing in una sua pubblicazione per spiegare il processo di avvicinamento tra l’uomo e la tecnologia delle macchine che cercano di imitarne il cervello. Come ho scritto anche nell’articolo su Interstellar, il cinema della scienza in quanto tale se ne frega. Qui la parte succosa, quella che crea storia, è rapportare The Imitation Game all’uomo e alle relazioni che intercorrono tra le persone. Turing lo dice al poliziotto, a un certo punto, palesando proprio questo tema: ogni persona ragiona in modo diverso da tutte le altre, quindi ammettiamo che ci siano molte forme di pensiero, molti modi di vedere il mondo e i fatti. Nel momento in cui Turing riceve la sua prima e ultima grande delusione amorosa decide di partecipare al gioco dell’imitazione in una forma contraria, avvicinando il proprio modo di vedere il mondo a quello freddo e rassicurante di una macchina. Non a caso il macchinario che Turing crea per risolvere Enigma e che lui continua a umanizzare rapportando i suoi processi di analisi a quelli della mente umana lo nomina Christopher, proprio come il ragazzo che amava al college. Forse è un tentativo di riconquistare l’umanità perduta o forse è solo che l’unico modo in cui Turing può tornare a provare affetto. The Imitation Game è anche quello che fanno i comprimari. Il personaggio di Keira Knightley è una donna che finge di essere come tante quando in realtà vorrebbe uscire dalle strette regole che la civiltà riserva alle donne per sbocciare come scienziata. Partecipano al gioco anche i collaboratori Hugh, il viveur che sa sempre apparire come una donna lo vuole, John, che vive una sua doppia vita, per non parlare del personaggio interpretato da Mark Strong, la spia inglese che passa il suo tempo a fingere per salvare il Paese.

Mark Strong in una scena di The Imitation GameIl tema quindi è ben inserito in The Imitation Game, e mi è dispiaciuto vederlo indebolito da una struttura che ha una linea centrale molto forte ma che soffre nei personaggi e nelle trame secondarie. Tutto ciò che accade al di fuori della storia di Alan che tenta di decifrare Enigma è modulare, per così dire. Si potrebbe sfilare un pezzo senza far crollare niente del resto. Le trame non danno e non tolgono nulla al racconto, esistono solo per mettere Turing di fronte a più situazioni possibili e aumentare al massimo l’empatia con lo spettatore. Non c’è niente di male in questo, e in fatti per quanto mi riguarda il film è godibile, ma con un materiale del genere mi sarei aspettato molto di meglio, o almeno degli incastri più armonici di situazioni e persone.

Ora… nello spirito di questa rubrica, ma anche perché a parlar male di qualcosa come Imitation Game pare che io, in Italia, tutti i giorni sia circondato da figli illegittimi di Orson Welles, volevo buttar lì un paragone. The Imitation Game prende un personaggio legato intimamente al mondo della scienza e ne sfrutta le potenzialità narrative per rappresentare un messaggio difficile, controverso, e nel farlo non risparmia nulla ad Alan Turing. Non cerca di farne un santo ma di coglierne l’umanità in una moltitudine di aspetti. Io credo che da film del genere ci sarebbe molto da imparare, specialmente qui da noi. Di personaggi che potenzialmente offrono spunti enormi ne abbiamo, ma sia il cinema che la televisione sono ancorati alla concezione per cui se non sono martiri, eroi di guerra o santi allora meglio evitare. Nessuno vuole pungolare l’immaginario collettivo, è una cosa che non vende.

Un timido tentativo fu quello di Gianni Amelio che nell’89 realizzò il suo “I ragazzi di via Panisperna”, dove si introduceva attraverso il personaggio di Ettore Majorana la questione delle scoperte scientifiche che possono diventare pericolosissime nelle mani sbagliate. Il film in sé, comunque, restava focalizzato sulla rappresentazione di un gruppo di ragazzi geniali che condividono una grande passione e poi prendono strade diverse. Un esempio meno calzante ma più recente è quello su Adriano Olivetti. Nel 2013 è uscito un film per la televisione sul famoso ingegnere e imprenditore. La storia evita con cura di mettere in scena i precari equilibri che lui aveva con il regime fascista, e in ogni caso si rifiuta di tratteggiare le ombre del personaggio e le sue debolezze. Lui deve essere senza macchia, senza paura, un luminoso modello di vita che dice al pubblico che se ti comporti bene e resti puro, sarai un grande.

Non so a voi, a me fa meno effetto (anche dal punto di vista motivazionale) veder rappresentato un fulgido modello di vita piuttosto che una realtà dura ma vivida, vicina, significativa. Forse perché i grandi modelli di vita, per quanto siano necessari a stabilire dei punti di riferimento, non sono abbastanza vicini da innescare un costruttivo gioco dell’imitazione.

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Un pensiero riguardo “The Imitation Game: come i nerd sconfissero i nazisti

  1. Non so a voi, a me fa meno effetto (anche dal punto di vista motivazionale) veder rappresentato un fulgido modello di vita piuttosto che una realtà dura ma vivida, vicina, significativa. Forse perché i grandi modelli di vita, per quanto siano necessari a stabilire dei punti di riferimento, non sono abbastanza vicini da innescare un costruttivo gioco dell’imitazione.

    😉

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