Le previsioni, i populismi e il Principe

Sergio Mattarella è il nuovo Presidente della Repubblica.
Le valutazioni e le implicazioni di alto respiro le lasciamo ad altri.
Quello che qui mi preme è invece (e non me lo invento io, lo hanno detto un po’ tutti) riconoscere nell’elezione di Mattarella un esempio di capolavoro politico.
Il capolavoro di Renzi.
Ho già scritto su queste pagine che la politica è essenzialmente questione di consenso.
La democrazia si fonda, da Pericle in poi, esattamente su questo. Ottenere consenso.
Convincere l’altro insomma. La politica è persuasione.
Poi c’è la strategia. Ovvero i mezzi con cui tutto ciò si mette in atto.
In una sola mossa Renzi è riuscito a ricompattare il PD e la sinistra (per quanto non importa adesso), a rendere superflui i Cinque Stelle e Lega, a legare a doppio filo Alfano ed il Nuovo Centro Destra.
Inoltre, sempre con la stessa mossa, ha colpito duramente Forza Italia, più precisamente Berlusconi stesso.
Tutto questo con uno dei parlamenti meno favorevoli della storia repubblicana.
E l’ha fatto da outsider. Ecco perché lo si vede, nella foto qui sopra, seguire l’elezione sullo schermo e non dentro Montecitorio.
Renzi non è parlamentare, dunque non ha direttamente votato il Presidente.
A scanso di equivoci mi ripeto.
Qui non si fanno discorsi sulla morale. Qui si riconosce la superiorità dell’agire politico.
Che non significa semplicisticamente “fregare” né imporsi con la forza.
Come in una partita di scacchi i giocatori sono liberi di muovere tutti i pezzi che vogliono.
Ovviamente seguendo le regole su come i pezzi possono essere mossi.
La politica è più articolata degli scacchi, ci sono più giocatori, le regole sono più numerose e soprattutto più sfumate certo, ma il principio è quello.
La strategia vincente, lo ricorda addirittura Sun Tzu nell’Arte della Guerra, è l’imprevedibilità.
Se il tuo avversario non sa che mosse farai, tu hai chiaramente un vantaggio.
Nella politica quindi, così come negli scacchi, si provano prevedere le mosse dell’avversario in base alle risorse dei contendenti.
Un bravo giocatore è quindi colui che è capace di stupire. Di smentire le previsioni.
Fino a poco tempo fa molti pensavano che il Patto del Nazareno (qualsiasi cosa sia) avrebbe condizionato l’elezione del Presidente della Repubblica.
Anche su Botta di Classe ci eravamo lanciati in vaticini. Chi diceva Casini, chi Amato, chi come me addirittura Bersani.
Brucia essere smentiti. Ma certe valutazioni errate nascono dall’aver preso come assunti dei fatti che probabilmente non lo sono.
Anzitutto il famoso Patto del Nazareno.
Tutti ne parlano. Ma cosa sia esattamente e cosa preveda non lo sa nessuno.
Eppure è dalla valutazione certa di cosa fosse quel patto che sono nate tutte le speculazioni sulle reali intenzioni del Presidente del Consiglio.
Renzi invece spiazza. Rilancia, cambia verso, gira, ritorna indietro e poi fa un balzo avanti.
(Tra l’altro, Renzi infila il nome di Mattarella nella lista dei papabili già alcuni giorni prima del voto, rompendo quindi il tradizionale schema che vede i primi nomi già bruciati).
Sembra un agire schizofrenico, senza una logica.
Ma questo è il punto.
Spesso confondiamo gli aggettivi “politico” ed “ideologico“.
Renzi se ne frega dell’orizzonte ideale (bene o male che sia questo, ripeto, non mi interessa discuterlo qui).
Renzi vince perché tiene di conto solo la politica. Cioè, semplicemente, ottenere il maggiore consenso.
I logici, quelli che cercano sempre la coerenza e pretendono la non contraddizione, non capiranno mai.
La consistenza logica in politica viene dopo.
Attraverso la narrazione (strumento dell’oratoria sin dall’Età Classica), Renzi dà un senso a quello che fa.
A posteriori ovviamente.
E poco importa che gli arguti intellettuali, o gli irreducibili bastian contrari, si rendano conto delle eventuali falle di questa ricostruzione.
Tutto ciò non intaccherà il largo consenso che è l’interesse primario del vero politico.
Lo dicevo e lo ripeto, c’è una dose endemica di populismo nella democrazia.
Ma questo non significa che sia tutto uguale. Generalizzare indebitamente è un peccato mortale.
Conoscere infatti è anche saper distinguere.
Il populismo quindi non è un monolito e soprattutto bisogna saperlo usare.
Grillo, Salvini, Renzi, persino la Sinistra alla Vendola, sono tutti populisti.
Certo essi declinano il populismo in maniera diversa.
Grillo aveva vinto all’inizio. Come un moderno Cleone, Masaniello o Fra’ Dolcino, egli aveva saputo dare un senso allo scontento verso i potenti.
Ma una volta entrati nella stanza dei bottoni, i Cinque Stelle non hanno cambiato la loro narrazione.
Ed ecco lo sfacelo cui assistiamo oggi.
Salvini ha capito invece che la vecchia narrazione leghista era morta e, ispirandosi al Front National della Le Pen ha edificato un nuovo mito per la Lega.
Per il momento un successo anche il suo, che si era trovato un partito moribondo e ora viaggia attorno al 14% dei consensi.
Vendola e la sinistra del PD, adoperandosi per un ossimorico populismo elitario, continuano a coltivare il sogno di quella parte del paese che si sente migliore (moralmente ed intellettualmente) dicendogli di continuare a sognare.
Il populismo di Renzi è, a mio avviso, il più raffinato.
Istituzionale quando serve, rottamatore quando c’è da fare la voce grossa.
Europeista ma senza mostrarsi succube ai diktat della Trojka.
Che sia vero o meno non conta. Di nuovo, la logica della politica non è quella aristotelica. Che ci piaccia o meno.
Chiaramente questo è un gioco rischioso.
In aggiunta Renzi è solo. Come un Principe rinascimentale, si aggira incontrastato in un agone politico privo di rivali.
Dopo questa vittoria schiacciante molti vorranno fargliela pagare.
Poi c’è da capire se il suo comprendere di essere il più bravo lo renderà talmente arrogante da sottovalutare gli avversari (così come un tempo altri avversari sottovalutarono lui).
Le vittorie del resto, non fanno che aumentare gli avversari e la loro tenacia.
Renzi non deve dimenticarlo. Anche perché il gioco che fa, riguarda tutti noi.

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