Viva la disinformazione

1. I vaccini provocano l’autismo.

2. Il metodo Di Bella è una cura per il cancro.

3. La sperimentazione animale si fonda sulla vivisezione.

Queste frasi esprimono il falso.

E lo fanno in modo diverso.
Nel primo caso perché non risulta certificato da alcuno studio il nesso causale che leghi la somministrazione di un vaccino all’insorgenza di una patologia come l’autismo.
Nel secondo caso la falsità si articola su più livelli. Anzitutto quello di Di Bella non è un metodo (nel senso tecnico del termine) e parlare di “cura per il cancro” senza ulteriori specificazioni è una semplificazione talmente estrema che uno potrebbe, a buon diritto, considerarla errata.
Nel terzo caso l’errore nasce dal prendere un fatto che un tempo era vero per generalizzarlo indebitamente.

La retorica insegna che avere ragione ed ottenerla sono due operazioni diverse.
Ma la retorica non fa più parte del percorso educativo di una persona.
Con tutto ciò che ne consegue.

Le falsificazioni di cui sopra abbondano su siti, blog, perfino su riviste e giornali giudicati rispettabili.
La comunità scientifica (un termine che denota qualcosa solo quando un certo gruppo di persone accomunate esclusivamente dalla propria attività lavorativa si sente minacciato), saltuariamente reagisce pubblicando correzioni, denunce, rettifiche.

E fin qui tutto bene.
Il problema a mio avviso inizia quando qualcuno, leggendo certe panzane, si erge come un novello Mosé che discende con le tavole della Legge (Naturale) e grida cose del tipo: “avete sorpassato il limite”.

Ma il limite di cosa?
Dobbiamo forse pensare ad uno stato che sorveglia e certifica tutto quello che viene scritto e prodotto e ne ammette la pubblicazione solo previa autorizzazione?
Sì?
Ok, un ordinamento tale è noto come Stato Etico.
Si tratta del Leviatano di Hobbes, il mostro biblico che si traveste da forma politica ed in virtù della sua forza assoluta assoggetta i contraenti del contratto sociale (semplificando: i cittadini).
Ma è anche lo Stato hegeliano, quello che ha come fine il perseguimento del “bene”, lo stato che sancisce le norme e regola la bontà delle scelte degli individui.

Io quando sento certe cose penso alla parola “dittatura” (nel senso novecentesco del termine!).
E una dittatura scientista non mi fa meno paura di una ignorante. Anzi.

Che si facciano affermazioni false è inevitabile. Le facciamo tutti.
E a più livelli, a seconda delle competenze.

Lo stato etico è l’antitesi di quello liberale.

Prendiamo il problema dei vaccini.
Sull’onda dell’emotività e della disinformazione molti genitori in passato hanno rinunciato a vaccinare i proprio figli contro il morbillo.
La conseguenza è stata il decesso di alcuni bambini e la concreta minaccia di una diffusione di una patologia che si pensava praticamente debellata nelle società occidentali.

Ora, in una società liberale non si possono prendere le convinzioni delle persone e metterle alla berlina semplicemente perché stupide (e anche su questo giudizio se ne potrebbe sempre discutere).

Se si vuole eliminare la discrezionalità sulla scelta di vaccinare (cioè se si vuole imporre per legge il vaccino contro certe patologie per scongiurare epidemie e dunque un danno sociale enorme) lo si deve fare promuovendone le ragioni, fornendo argomenti.

Si deve insomma partecipare alla dialettica della comunicazione.

Si deve fare politica.

Anche perché a volte, anche dall’opposizione più ottusa possono scaturire delle riflessioni che permettono ad una società di migliorare le proprie norme e le proprie pratiche.

Il caso della sperimentazione animale rappresenta qui l’esempio principe di occasione mancata.
Se da una parte le argomentazioni degli animalisti radicali erano spesso fallaci, esse avrebbero potuto innescare un dibattito serio sulle ragioni e le opportunità della sperimentazione animale.

La comunità scientifica ha invece generalmente risposto caricando a testa bassa, invocando l’epurazione ideologica e di fatto alimentanto la radicalizzazione invece di combatterla.

Una società democratica si fonda sull’argomentare, un ragionare non necessariamente razionale.
Una società democratica è plurale e pluralista.

Pluralismo non significa relativismo. Garantire le diverse opinioni e la loro espressione non equivale a dire che tutto è uguale.
Certo che ci sono delle verità.
Ma la verità da sola conta poco.
Conta come la si giustifica.

Un esempio? Sicuramente è più importante sapere come si dimostra il Teorema di Pitagora, che la sua verità.
Il fatto che il quadrato costruito sull’ipotenusa di un triangolo rettangolo fosse uguale alla somma dei quadrati costruiti sui cateti era cosa nota fin dagli antichi egizi.
Ma i greci, con il concetto di dimostrazione, resero ragione di tale verità.
Questa fu la grandezza rivoluzionaria della geometria greca.

Argomentare significa produrre ragionamenti in favore della propria tesi, cercando di smontare quelli degli altri.
E per farlo le strade ed i metodi sono molteplici. Ci si può appellare alla razionalità, ma anche toccare le corde dell’emotività.
Si può commuovere o costringere all’angolo dalla necessità logica.

Ecco il grande insegnamento dell’oratoria antica.

Viva il falso quindi, perché senza di esso non si darebbe il vero.

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