Civis Romanus Sum. Le politiche sull’immigrazione dell’Impero

“Un mondo che si considera prospero e civile, segnato da disuguaglianze e squilibri al suo interno, ma forte di un’amministrazione stabile e di un’economia integrata; all’esterno, popoli costretti a sopravvivere con risorse insufficienti, minacciati dalla fame e dalla guerra, e che sempre più spesso chiedono di entrare; una frontiera militarizzata per filtrare profughi e immigrati; e autorità di governo che debbono decidere volta per volta il comportamento da tenere verso queste emergenze, con una gamma di opzioni che va dall’allontanamento forzato all’accoglienza in massa, dalla fissazione di quote d’ingresso all’offerta di aiuti umanitari e posti di lavoro. Potrebbe sembrare una descrizione del nostro mondo, e invece è la situazione in cui si trovò per secoli l’impero romano di fronte ai barbari, prima che si esaurisse, con conseguenze catastrofiche, la sua capacità di gestire in modo controllato la sfida dell’immigrazione.”

Inizia così il libro dello storico Alessandro Barbero intitolato Barbari. Immigrati, profughi, deportati nell’impero romano (Laterza 2006).

Analisi geniale, lettura agile ma nondimeno colta ed interessantissima.

Siamo abituati del resto a considerare l’immigrazione un problema della modernità. Una questione talmente attuale che basta accendere la tv o leggere un quotidiano per sentirne parlare.

E invece la storia. E invece l’Impero.

I nostalgici si coccolano nell’astrusa idea che l’Impero Romano possa essere considerato come uno stato nazionale, etnicamente connotato, senza rendersi conto che così facendo si commetterebbe un anacronismo enorme.

Costoro si riempiono la bocca di cultura romana, popolo romano come baluardo di un’identità nazionale. Applicano dunque inconsapevolmente categorie antropologiche della modernità.

Ma l’incontro tra le civiltà, quando anche violento, non si declina mai in modo lineare e semplice come vorrebbero i sostenitori dello scontro di civiltà.

Adriano, Traiano, Settimio Severo (questi era addirittura africano) furono alcuni dei molti imperatori che non discendevano certo da quei primi romani che fondarono Roma.

Eppure furono appunto romani, romanissimi. Perché Roma e la sua civilità non si riducono alla biologia di un popolo.

E anche perché la parola stessa barbaro (dal latino barbarus, a sua volta dal greco βάρβαρος) designava inizialmente e semplicemente chi non parlava il greco. Gli egizi, popolo raffinatissimo per cui i greci provavano grande ammirazione erano anch’essi barbari.

In epoca imperiale, per i romani il termine muta accezione. Non si è barbaro in quanto non discendente dai popoli latini (non è insomma un termine per riferirsi a certe etnie), ma in quanto non si accetta l’unità del mondo creata dall’impero. I barbari sono coloro che fuori dai confini di Roma. All’esterno del diritto unificante dell’Impero. Fuori dal mondo.

E infatti da quando Roma divenne un Impero la sua prospettiva, la sua stessa ragione di vita, la sua missione ufficiale (nel senso che così la propaganda imperiale si esprimeva) fu quella di essere un impero del mondo. Caracalla fu chiamato orbis pacator (il pacificatore del mondo) e il centro del Mondo era Roma.

L’imperatore di fatti, non era solo imperatore dei romani, ma anche e soprattutto l’Imperatore del Mondo.

Chiaramente il sogno di dominare tutta la terra conosciuta rimase tale. Popoli e nazioni ne furono esclusi, relegati ai confini dell’Impero, spesso premendo per entrare, desiderosi del benessere che Roma e la sua pace garantivano.

Soprattutto il desiderio di poter dire Civis Romanus Sum.

Sono cittadino romano. E quel “romano” non va inteso meramente come “di Roma” ma piuttosto “aderente all’idea Romana”.

Questa fu una delle grandezze della civiltà romana. Certo le modalità con cui attuò queste politiche potrebbero oggi risultare brutali.

Interi popoli, talvolta sottomessi con la forza, talvolta liberamente desiderosi di entrare nel dominio romano, furono accolti ed inglobati. Furono date loro terre da coltivare. I loro uomini furono usati per rimpinguare i ranghi dell’esercito, dapprime come truppe ausiliarie, e poi in forza alle legioni vere e proprie.

L’esercito del resto era sì strumento di guerra ma anche il veicolo con cui mantenere l’ordine ed il diritto e le legioni furono dunque il primo fronte per quell’osmosi di valori e culture che formò la civiltà romana stessa.

Ma certo la questione non si esaurisce con la dimensione militare. La società romana fu permeata ed arricchita da contaminazioni di ogni tipo.

La cultura romana del resto privilegiava le contaminazioni sin dal principio.

L’arte, il diritto e la scienza romane non furono certo interamente autoctone. Furono anche apprese e rielaborate dai greci, etruschi, e altri popoli “conquistati”.

Questi popoli poi “conquistarono” Roma.

Come ricorda Orazio nelle sue Epistole: Graecia capta, ferum victorem cepit/et artes intulit agresti Latio (La Grecia conquistata, conquistò il selvaggio vincitore e portò le arti nel Lazio agreste)

Il modello romano è interessante oggi, non tanto per la sua immediata applicabilità (molti di noi, essendo cambiata la morale, giudicherebbero a buon diritto alcune pratiche antiche come inumane) ma perché ci insegna qualcosa di importante.

Anzitutto che le diversità culturali possono coesistere pacificamente, laddove vi sia una legge. La giustizia sociale non impone né richiede l’assimilazione culturale. Anzi.

La seconda lezione è che, l’immigrazione in quanto tale non è un pericolo ma sempre una ricchezza.

Ad essere problematico è il come non il cosa.

E appunto finché Roma governò l’immigrazione, cioè seppe come guidare questa ricchezza e diversità, essa costituì uno dei fondamenti del successo e della gloria della civiltà romana.

Fu quando invece si perse il controllo, quando quei popoli che entrarono nell’orbita di Roma continuarono a sentirsi estranei e non parte di quel mondo e cultura comuni e condivisi, che l’immigrazione divenne un’invasione, con tutte le conseguenze che sappiamo.

A tal proposito, ricorda Barbero, che molta responsabilità per questo collasso, fu dovuta alla piaga della corruzione della pubblica amministrazione, fenomeno endemico in ogni regime politico certo, ma oramai dilagante e senza controllo.

La morale della storia appare semplice eppure ripetutamente inascoltata.

Laddove ci furono uno stato, una legge e una cultura pronti a gestire il rapporto con la diversità, a regolarlo e incanalarne i benefici mitigandone gli aspetti negativi, allora l’immigrazione garantì una ricchezza ed una prosperità inimmaginabili.

Quando il diritto arretrò, cessò di esserci l’Impero.

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