La “legge fuffa” e il Parlamento sottosopra

Sottosopra.

No, il riferimento non è al settantesimo anniversario dei fatti di piazzale Loreto di pochi giorni fa, ma a quanto sta accadendo in Parlamento, e più specificatamente alla Camera, in questi ultimi giorni. Non che questi parlamentari e questa legislatura abbiano dimostrato particolare dirittura morale e un livello dello scontro politico adeguato all’istituzione che Montecitorio dovrebbe rappresentare, ma negli ultimi giorni si è superato il ridicolo, caduti a piè pari nel grottesco, flirtato a tratti anche col tragico.

Il punto di partenza è stato il voto definitivo che si deve tenere proprio in questi giorni alla Camera per l’adozione del cosiddetto “Italicum” quale legge elettorale. Fin qui, nulla di strano (ad eccezione della stessa legge elettorale che “con trentamila lire il mio falegname me la fa meglio”, ma di quella si parlerà in un secondo momento), poi è entrata in campo, o meglio, in aula, lei: Maria Elena Boschi, la Ministra per le Riforme, a dare l’annuncio di un fatto che definire inusuale che ha scatenato tutto il putiferio conseguente:

Il governo pone la questione di fiducia su tre articoli (1, 2 e 4) della legge elettorale. Ovvero il governo si sostituisce al Parlamento e stabilisce che le nuove “regole del gioco” sono queste, “O così o Pomì”, direbbe una pubblicità. E lo fa non come prova di forza verso le opposizioni, quanto nei confronti della minoranza del suo stesso partito.

Renato Brunetta tira fuori dal cilindro il “bivacco di manipoli” di mussoliniana memoria e parla di “fascismo renziano”. Brunetta, capogruppo di Forza Italia, lo stesso partito che nel ’94 ha sdoganato e portato al governo AN e che oggi candida Alessandra Mussolini come capolista in Campania.

Ignazio La Russa parla di consenso, democrazia e ricatti verso il Parlamento. E no, dai, questa fa già ridere così, non ve la spiego neanche.

La “minoranza PD” si costerna, s’indigna, s’impegna, poi getta la spugna con gran dignità: una pattuglia di circa un centinaio di deputati di vario genere, dai Bersani-Letta ai Fassina-Civati, pattuglia che non ha mai nascosto di essere profondamente in disaccordo con questa legge elettorale, si infervora ulteriormente per la decisione di porvi la questione di fiducia. E quindi cosa fa? Vota contro? No, esce dall’aula. Cioè, una parte, perché poi in cinquanta la fiducia la votano. Ma solo per spirito di responsabilità, eh.

Le opposizioni reagiscono più o meno tutte allo stesso modo, urlando alla morte della democrazia, chi lo fa con un minimo (ma proprio poco, si salvano solo perché nel confronto gli altri sono peggio) di stile portando crisantemi, come ad un funerale che si rispetti, e chi inserisce il solito nastro registrato di insulti che vanno dal “collusa” alla Presidentessa della Camera al “fascisti, mafiosi, corrotti, ce l’avete piccolo e puzzate pure un po’” rivolto ai banchi del governo.

A chi giova tutto ciò? A nessuno. Tutti ne escono indeboliti, politicamente, anche lo stesso Renzi (per quanto ne esca indebolito meno che i suoi avversari, as usual). Sì, perché, se è vero che dal punto di vista costituzionale porre la questione di fiducia sulla legge elettorale è possibile, ciò non significa che sia politicamente opportuno: la legge elettorale è la “regola del gioco” e, in mancanza di un arbitro, come sui campetti di periferia, le regole le scrivono insieme i giocatori, tutti insieme. Sembra una frase fatta e forse in parte lo è anche, non voglio tornare sul cosiddetto “Patto del Nazareno” e su quali ne fossero i punti oscuri, né disquisire di cosa significhi quel “tutti insieme”, ma spiegare in cosa consiste l’errore, perché di errore si tratta, del governo: usando la metafora del campetto di prima, si potrebbe dire che il bimbo più alto, grande e sbruffoncello dice agli altri: “Il pallone è mio e decido io!”; vale a dire che il governo impone la propria posizione di forza, si autoproclama arbitro e pretende che tutti gli riconoscano questo ruolo.

Vi è poi un secondo punto di vista, oltre a quello dell’opportunità politica, per cui il governo avrebbe fatto meglio ad evitare tale forzatura istituzionale, ed è il punto di vista storico: si dirà a ragione che il nostro Paese la memoria storica manco sa dove stia di casa, ed è vero, ma ciò non toglie che, a fronte di un fatto così raro come quello di cui stiamo dibattendo, ci si interroghi su quali siano stati i precedenti. E qui, per usare un eufemismo, diciamo che Renzi non si trova propriamente in buona compagnia. Prima di oggi, avvenne solamente due volte, nella storia dell’Italia unita: nel 1923, con la “legge Acerbo”, la legge, per capirci, che assicurò ai fascisti la maggioranza assoluta nelle elezioni dell’anno successivo e fece da preludio alla dittatura vera e propria delle “leggi fascistissime”, e nel 1953, con la legge elettorale a firma di Mario Scelba, più conosciuta con l’appellativo di “legge truffa”. Proprio a questo secondo precedente ha fatto riferimento il premier, ricordando come fu un grande statista come De Gasperi a porre la fiducia in quel 1953, dimenticando, però, che furono proprio la “legge truffa” e un risultato al di sotto delle attese nella successiva tornata elettorale a segnare la fine della carriera politica di De Gasperi.

Al di là degli infausti precedenti storici, però, Renzi non è un fascista, la sua legge elettorale non è una “legge truffa”, tuttalpiù una “legge fuffa”, e la democrazia italiana non muore con questa fiducia (anche se non è che goda propriamente di una salute di ferro, va detto…). Quello del governo non è uno strappo istituzionale, ma una forzatura, operato per motivi non degni di tale espediente, ovvero creare uno strappo, questa volta sì, all’interno del Partito Democratico, e distruggere definitivamente i nemici interni (obiettivo perfettamente riuscito).

Spostandosi poi dal metodo al merito, va ribadito con forza che questa legge elettorale, oltretutto combinata con l’imbarazzante riforma del Senato che si andrà ad approvare, incrina sensibilmente le fondamenta delle istituzioni democratiche italiane, trasformando de facto una Repubblica parlamentare in un Presidenzialismo sui generis. Il punto di partenza (e di arrivo, perché la riflessione si è fermata lì) del governo è stata, come ci sentiamo ripetere oramai da mesi dai peones renziani, sapere con certezza chi ha vinto la sera delle elezioni; ciò equivale a dire che il pilastro dell’”Italicum” è la governabilità. Nulla di male, fino a qui, se non fosse che l’esigenza di governabilità dev’essere controbilanciata da quella che è il cardine delle democrazie rappresentative, che è, appunto, la rappresentatività. Favorire la seconda a scapito della prima significa impedire all’esecutivo di decidere con forza e velocità, ma favorire la seconda sulla prima significa elevare il decisionismo a forma di governo e “l’esigenza di decidere in modo efficiente io non la so separare dalla questione: chi decide e per conto di chi, e in nome di quale legittimazione. (…) fuori di quelle domande, la democrazia scompare. Ed io un’efficienza a sé, che non sia riferita a un soggetto e ad un fine, non riesco a pensarla.”

Queste parole arrivano “da lontano”, per la precisione dal 1985, da un’intervista che lo storico esponente comunista Pietro Ingrao rilasciò al settimanale di partito “Rinascita”, e non erano riferite, ovviamente, alla legge elettorale di Matteo Renzi, ma al tentativo di attuare la “grande riforma” da parte di Bettino Craxi.

Eppure sembrano così attuali…

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