Niente applausi ovvero la superiorità di una democrazia

In Italia ricorre spesso il malcostume di dire “eh ma all’estero le cose vanno diversamente”.

Come dire che i problemi del nostro paese, varcate le frontiere, svaniscono magicamente.

Chiaramente esistono differenze tra le varie nazioni del mondo. E certo in Italia abbiamo a che fare con questioni che riguardano non solo la classe politica ma anche il costume antropologico degli italiani.

Ma d’altra parte questo discorso vale per qualsiasi posto. Siamo insomma alle chiacchiere da bar.

Gli esterofili dunque, gente che si scandalizza se Berlusconi dà del Kapò a Schulz ma che fanno finta di non vedere Juncker che accoglie ubriaco i capi di stato europei e che si permette di dare lezioni di morale quando ha lucrato su vicende economiche gigantesche fregandosene di leggi nazionali ed internazionali, mi hanno stancato.

E si badi bene, che qui non si vuole difendere l’ex Cavaliere (scenette ridicole con Schulz le ha collezionate anche Renzi) ma piuttosto si cerca di far notare come certe vicende non conoscano colore né bandiera.

Insomma fino all’altro ieri ero convinto che chi, come spesso fanno i Grullini, pubblica sui social network foto di Montecitorio suggerendo che esso sia simbolo della cloaca maxima e sognando le immacolate aule dei parlamenti stranieri, fosse un emerito coglione.

Pensavo dunque che il giochino “chi dà lezioni di democrazia a chi” fosse una ridicola perdita di tempo.

Nel periodo in cui abitai nel Regno Unito ho sviluppato una sorta di strano feticismo verso le discussioni parlamentari della Camera dei Comuni.

Il question time del mercoledì era un appuntamento fisso.

Tale passione si giustificava per motivi puramente estetici.

Anzitutto l’aula di Westminster che è bellissima. Con i parlamentari seduti su due lati, organizzati in file, senza tavoli o banchi su cui appoggiare tablets e giornali e farsi i cazzi propri.

Al centro un grande tavolo. In alto lo Speaker della Camera, mentre ai lati il Primo Ministro e il Capo dell’Opposizione che si fronteggiano appoggiandosi al banco.

Che ganzo. Un vero dibattito.

Ma l’elemento che più mi sedusse fu l’etichetta parlamentare. Lo Speaker aveva un modo di riprendere i parlamentari e mantenere la disciplina che era tipicamente britannico.

“Order colleagues, order!” lo si può sentire gridare.

Perché i britannici in quell’aula si dicono anche cose terribili (famosa la Thatcher che ad un collega rifilò un elegantissimo quanto tagliente “il tuo problema John è che la tua spina dorsale non arriva al cervello”).

Ma sempre con una forma tale da rendere quel mestiere forse l’esercizio più aristocratico del mondo.

Insomma, fin qui puro diletto.

Poi l’altro giorno vedo (qui ) una seduta recente.

Per chi non masticasse l’inglese riassumo la vicenda. Le ultime elezioni hanno visto la vittoria dei Conservatori (altresì detti Tories) ed il trionfo dei nazionalisti scozzesi.

Nel video un parlamentare del Labour (la “sinistra”), che ha perso molti consensi e ha visto un flusso di voti verso i nazionalisti, li accusa di aver permesso la vittoria dei conservatori, per cui, consiglia loro di lasciare i banchi dell’opposizione e di spostarsi in quelli del governo.

Il leader scozzese non fa una piega e gli risponde per le rime dicendo che anche il Labour ha le sue colpe ed il suo atteggiamento generale non è poi diverso da quello dei Tories.

I parlamentari scozzesi partono con uno scrosciante applauso.

Ed ecco che arriva la sorpresa.

Quasi subito lo Speaker della Camera tuona con il suo “Order” e cheta tutti.

Poi invita i parlamentari scozzesi a non applaudire perché nel parlamento britannico esiste da almeno 3 secoli una “lunga e solida tradizione” di non applaudire.

Sconcertato vado sul sito della Camera dei Comuni e scopro che è vero. Non è una regola scritta ma una “consuetudine”. Cose che nel Regno Unito valgono quanto una legge.

Ma perché non si può applaudire?

Perché mentre le grida di approvazione o le risate non disturbano troppo, gli applausi impediscono ad un parlamentare di esprimere correttamente la propria opinione.

Ma soprattutto perché gli applausi, l’acclamazione, sono un modo per uniformare e appiattire in modo populista un dibattito democratico.

Gli applausi sono l’antitesi dei ragionamenti.

Ed ecco che la democrazia più aristocratica di tutte dà una lezione, ma non solo a noi, a tutte le altre.

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