La crisi delle democrazie: contro il governo della maggioranza

Da un po’ di tempo a questa parte molti sostengono che la democrazia rappresentativa, intendendo la forma di governo che sussiste, declinata in modalità differenti ma oltremodo simili, nell’Europa Occidentale e nel Nord America, sia in crisi.

Tagliando con l’accetta, una democrazia rappresentativa è quella forma statuale per cui si eleggono dei rappresentanti, in una o più camere,con il compito di rappresentare le idee e le istanze del corpo elettorale.

Sorta dalla fucina del pensiero liberale (siamo nel XIX secolo), la democrazia rappresentativa riabilitò il termine democrazia agli occhi dei pensatori occidentali giacché esso (democrazia tout court), fino ad allora aveva avuto la connotazione negativa di “governo violento della massa” (demos = il popolo e kràtos = forza).

Perché appunto la massa, cioè “i Molti”, tradizionalmente fa paura perché si ritiene che le sue decisioni non siano mosse dalla saggezza ma seguano meccanismi perversi.

La massa non ragiona, si fa manipolare facilmente ed è mutevole di umore.

La letteratura, su questa immagine negativa circa il “governo del popolo” è sterminata. A noi basti Platone (noto anti-democratico) che appunto inorridisce di fronte alla scelta dell’Atene democratica di condannare a morte nientemeno che Socrate, il più giusto tra gli uomini. (Episodio simile, ma meno raffinato, quello evangelico, nel quale la folla, notoriamente sceglie di salvare Barabba e non Gesù).

Tuttavia bisogna però sottrarsi dall’idea che la democrazia coincida semplicemente con il governo della maggioranza.

Aristotele infatti ricorda che in uno “stato” dove la maggioranza fosse ricca ed escludesse una minoranza povera dalle scelte circa il governo della città, non sarebbe comunque chiamata democrazia. E specularmente un altro stato dove i meno abbienti fossero meno e nondimeno escludessero i benestanti dalla politica, non sarebbe un’oligarchia.

Aristotele insomma ci dice che i “Molti” e i “Pochi” non siano tali in virtù del loro numero.

Sono due categorie che individuano diverse classi sociali. Si tratta di un fatto contingente (sostiene il filosofo greco) che normalmente i Pochi siano anche i Ricchi mentre i Molti coincidono spesso con i Poveri.

E dunque è facile capire perché il governo Molti sia visto con sospetto. I Molti sono coloro che non hanno ricevuto la dovuta educazione, che semplicemente sopravvivono, che non hanno il tempo per pensare a come governare giacché la loro unica occupazione è quella di “tirare avanti”.

Per riassumere brevemente, storicamente dunque la democrazia, intesa (impropriamente) come governo del popolo, fu associata al malgoverno e al dispotismo (in quanto i despoti sono coloro che arrivano al potere grazie al consenso del popolo, manovrandolo).

Dunque, la rappresentatività delle democrazie contemporanee rivela una caratteristica che mostra il tentativo di arginare l’inevitabile (secondo alcuni) arbitrio informe delle masse pur preservando il diritto di tutti di prendere parte alla vita politica.

Il potere è sì di tutti, ma nell’impossibilità di decidere sempre tutto direttamente appellandosi a tutti, si opta di delegare alcune scelte ad un gruppo ristretto, che però appunto risulta da un’investitura, elettiva, da parte del corpo elettorale.

Parallelamente, i movimenti di ispirazione socialista e comunista sorsero precisamente con il medesimo intento, ritenendo però che la forma liberale della democrazia favorisse al solito i pochi a spese dei molti.

Ciò spiega perché uno come Lenin vedesse, ad esempio, nella forma del Partito, l’avanguardia intellettuale, l’élite capace di guidare le masse altrimenti inconsapevoli e non attrezzate a far valere le loro ragioni nei confronti degli appetiti dei Pochi.

Ecco il filo rosso che lega secoli di storia.

Esattamente come nella democrazia di Pericle, lo scontro politico avviene sempre e solo all’interno dei Pochi.

Da una parte coloro che, per le più svariate ragioni, decidono di governare legittimandosi col sostegno dei Molti. Dall’altra coloro che temono i Molti e vi si oppongono.

La Massa, indipendentemente dalla parte politica, non è mai partecipe direttamente. E questo per una ragione.

Questo perché quasi tutti i pensatori politici, sia che favorissero le élites o sostenessero anche gli ultimi, hanno concordato che l’arte di governare richiedesse non solo buone intenzioni e robusti principi ma soprattutto competenze specifiche.

La rappresentatività nasce dall’esigenza di coniugare le competenze dei Pochi con gli interessi dei Molti.

In questo modo si può anche leggere il famoso cursus honorum, che era di fatto, nella Roma antica, il percorso di formazione che tutti coloro che aspiravano alla vita politica dovevano intraprendere. Dapprima privilegio riservato solo ai patrizi, poi fu esteso anche ai plebei (subendo un processo che potremmo chiamare di democratizzazione), ma nondimeno il cursus honorum funse da “scuola” di politica per chiunque, povero o ricco, volesse ambire alla guida dello stato.

Non è un caso che la crisi dell’Impero Romano coincise proprio con la crisi di questo percorso di formazione, laddove incarichi e responsabilità vennero affidati interamente in base a meccanismi di corruzione e cooptazione.

Oggi poco è cambiato. E la vera istruzione, nonostante la scuola e l’università di massa dell’era moderna, è ancora appannaggio di pochi.

Un privilegio certo.

Troppo spesso infatti la rappresentatività ha significato l’ennesimo controllo eccessivo di una classe su un’altra, visto che l’accesso alla formazione culturale e politica avvantaggia ancora i Pochi rispetto ai Molti.

Ma qui sta l’inghippo, a mio avviso, dei teorici della crisi della democrazia come necessità di più partecipazione diretta.

Il mondo ideale vorrebbe pari opportunità per tutti. Giustizia sociale insomma. Questo sforzo non deve essere abbandonato, ma è lungi dal realizzarsi (per quanto i Pochi siano più di un tempo). Ma nel mondo reale, dopo millenni, ancora non possiamo fare a meno delle “classi dirigenti“.

La crisi delle democrazie rappresentative NON sta nella rappresentatività.

I Movimenti (5 Stelle, Podemos etc. etc) che propugnano “spinte” e “scelte” dal basso, lungi dal partorire soluzioni plausibili rivelano piuttosto (contrariamente a quanto si pensi) l’incapacità politica delle élites.

E non si possono nemmeno troppo biasimare questi Movimenti, se talvolta le loro idee sembrano ridicole o inattuabili. Questa è la logica conseguenza di quando non esiste più un cursus honorum ed in politica si danno incarichi e responsabilità senza preoccuparsi della formazione culturale. E quindi la voglia di partecipare nasce soprattutto quando chi dovrebbe incarnare e tutelare certi interessi è talmente poco all’altezza che chiunque pensa, legittimamente, di poter fare meglio.

Ecco la natura della crisi.

La crisi della democrazia contemporanea è una crisi della formazione e selezione delle classi dirigenti.

E quindi, paradossalmente, una più autentica democrazia rappresentativa non si rafforza declinandola, populisticamente, come governo della maggioranza ma piuttosto attraverso la formazioni classi dirigenti più colte, competenti e più disposte e capaci a rendersi interpreti degli interessi generali.

Non sorprenda dunque tornare ai greci. Perché proprio loro colsero questa profonda verità politica, rendendosi conto di come alla base della politica stessa e prima di essa, vi sia la scelta del modello di educazione che l’uomo, politico, deve avere.

La risposta alla crisi della politica dunque attraverso la risposta al problema di quella che i greci chiamavano paideia: formazione culturale

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