La privatizzazione del Pireo e il know-how cinese

La Grecia prosegue a ritmo forsennato – deve aver ottemperato alle indicazioni arrivate da Bruxelles entro fine ottobre – con le privatizzazioni. Questo ovviamente non significa che abbia risolto tutti i problemi derivanti da anni buttati via a ballare il sirtaki in riva al mare e a trincare damigiane di ouzo nelle taverne. Troppo facile. Se così fosse, cosa tratterrebbe tedeschi e inglesi dall’abbandonarsi agli stravizi?

D’altra parte, non bisogna aver frequentato la London School of Economics per capire che una volta ceduti isole, isolette e scogli, dati in concessione autostrade, porti e aeroporti per 30, 50 o anche 1000 anni, ci saranno ancora debiti da pagare. A meno che, possibilità esclusa non solo dagli economisti ma anche dai santi, la locale economia faccia registrare una crescita miracolosa mai verificatasi nel pianeta dal neolitico in poi.

A quel punto logica vuole che accada quello che accadeva duemila anni addietro, quando il debitore che non era in grado di onorare i propri debiti perdeva la propria libertà. Detto in maniera comprensibile anche dai leghisti, diventava schiavo. Questo non significa che dietro tutto ciò ci sia qualcuno che abbia progettato a tavolino di ridurre un popolo alla schiavitù, che, come risaputo, nell’Occidente civile è stata abolita da un bel pezzo e, per coloro che si fossero persi il passaggio, è pure espressamente vietata dalle leggi nazionali, succede soltanto per forza di cose.

Davanti a un tale cambiamento epocale qualcuno potrebbe obiettare che a distanza di così tanto tempo sia andato perduto il know-how di una società fondata sulla schiavitù. Ma per questo non c’è da preoccuparsi. Ci pensano i cinesi, che la schiavitù hanno saputo proiettare nella modernità. Al Pireo infatti, la Cosco, il gigante cinese del trasporto marittimo, che ha in concessione il terminal 2 e punta ad espandersi ulteriormente, sta già insegnando ai lavoratori greci come funziona.

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