La scienza ha ancora bisogno del Nobel?

In questi giorni si assegnano i premi Nobel.

Il premio fu istituito secondo le volontà allo scienziato svedese Alfred Nobel per riconoscere e ricompensare, a livello internazionale, coloro che avessero contribuito in “modo considerevole” al benessere dell’umanità.

Il premio è sempre acclamato con gioia e tripudio anche se non sono mancate le polemiche.

Anzitutto non tutte le discipline sono rappresentate. In primis, mancano la matematica e la biologia (sebbene i seguaci di Gauss possano, qualora compiano studi più applicativi, ambire a quello dell’economia o della fisica mentre biologi possono aspirare a quello per la medicina e fisiologia o talvolta a quello per la chimica, il che però lascia fuori interi rami del settore come le scienze naturali o l’ecologia).

Quello per la pace poi è spesso oggetto di dibattiti feroci per l’evidente connotazione politica che lo contraddistingue (si pensi che l’ha vinto uno come Henry Kissinger).

Non mi interessa qui sollevare questi aspetti, che pur sono importanti, ma concentrarmi invece sull’attualità del premio all’interno del modo di fare scienza oggi.

Il premio fu istituito in un’epoca in cui fare ricerca era qualcosa di molto diverso da oggi. Gli scienziati erano pochi (o comunque molti meno di adesso), così le strutture di ricerca e sebbene la scienza sia sempre stata un’impresa collettiva, essa era più basata su collaborazioni tra singoli che incentrata su gruppi interconnessi come al giorno d’oggi.

Provate a leggere un qualsiasi articolo scientifico. I lavori sono sempre il prodotto del lavoro collettivo. I nomi degli autori degli articoli si moltiplicano e ci sono casi in cui essi sono addirittura un migliaio!

Ecco quindi, ad esempio, che il limite di 3 persone che possono condividere lo stesso premio appare, se non ingiusto, quantomeno anacronistico.

La ragione sociale però sembra diversa. Il succo, evidentemente, è quello di avere pochi nomi per rendere la cerimonia più esclusiva.

I Nobel sono insomma membri di un circolo ristretto. Menti straordinarie.

Potrà sembrare cosa da poco o semplice sciocchezza burocratica, ma che idea di scienza promuove oggi il premio Nobel?

Se mai la ricerca sia stata il solo frutto di intuizioni geniali (rappresentazione infantile ma che entro certi limiti presenta qualche elemento di verità) sicuramente essa NON lo è oggi.

Ha senso quindi un premio che distorce la percezione della scienza stessa ponendo l’accento sull’individuo quando il mondo della ricerca è così diverso?

Questo aspetto, non si dimentichi, va collegato anche alla diversa dimensione sociale che la ricerca scientifica ha oggi.

Piaccia o no, oggi fare scienza significa anche (e talvolta soprattutto) fare business. La scienza mobilita soldi e profitti. Lo stesso clima di competizione per le risorse (incarnato dal famoso binomio publish or perish, pubblica o muori) è sempre più considerato, da molti scienziati stessi, iniquo e squilibrato, portando la comunità scientifica ad essere compatta solo in superficie ed invece percorsa da veleni e invidie, fino alla frode.

In questo scenario, ha senso ancora creare dei miti (questo sono i premi Nobel), uomini “superiori” a cui cedere lo scettro del sapere e la grandezza morale (tralasciando che talvolta anche essi rivelino di possedere vizi e bassezze di tutti i comuni mortali – vedasi, ad esempio, la condotta di James Watson) laddove sempre più emerge come la ricerca sia un’impresa corale?

Forse il mondo della ricerca dovrebbe riflettere su se stesso come troppo poco sta facendo ultimamente.

Non si tratta attaccare la scienza. Al contrario.

Si tratta, a mio avviso, di farle un favore.

 

 

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