Suburra e il problema di genere

La suburra era un quartiere dell’antica Roma la cui posizione sul territorio lo rendeva confine ideale tra i luoghi di potere e il mondo criminale. Suburra è il titolo del discusso film di Stefano Sollima, al momento in sala. Questa pellicola è già stata adeguatamente spolpata in molte recensioni, quindi qui non mi metterò a fare spoiler. Tutti salvi. Proverò a fare un discorso un po’ più ampio (ma conciso) e spero non banale.

La trama, anche se ormai non penso che ci sia un gran bisogno di riassumerla, è semplice e corale: una zona di Roma è stata presa di mira per una grande opera di speculazione edilizia. Alcuni esponenti più o meno importanti del mondo criminale romano, un onorevole e un paio di persone “comuni” vengono coinvolti nelle manovre necessarie a completare questo progetto. La sete di potere, l’ambizione personale e l’orgoglio spingono tutti i personaggi a inseguire sogni estremi e, pertanto, a pagare estreme conseguenze.

Suburra è un noir quasi perfettamente inquadrato nel genere. Pare poco, questa breve affermazione, ma non lo è. Il cinema di genere in Italia è molto carente, non si fa quasi più, e anzi viene spesso considerato di scarsa qualità mentre viene esaltato il cinema “d’autore”, quello dotato di alti richiami intellettuali e di tematiche intense, spesso emotive. Ora… senza nulla togliere al cinema comunemente detto “d’autore”, il cinema di genere non è uno scherzo e non gli è affatto inferiore. I confronti sono possibili, ovviamente, ma ricordiamoci che sebbene sia lo stesso sport (e anche lo stesso campionato), di sicuro non è lo stesso fottuto campo da gioco.

Butto lì una definizione tagliata un po’ con l’accetta, ma è per capirci. Se inventi una storia che ruota intorno a un crimine hai tre punti di vista principali: se adotti quello della vittima verrà fuori un thriller. Se adotti quello dell’investigatore sarà un giallo. Se assumi quello del criminale, scriverai un noir. In un noir i personaggi sono vittime prima di tutto di loro stessi, dei loro desideri e dei loro difetti (siano questi orgoglio, insicurezza, arroganza, ambizione…). Ogni personaggio, a partire da una scelta iniziale, si troverà imbrigliato in una spirale discendente che lo porterà all’autodistruzione. Di solito il primo passo su questo sentiero è fatto volutamente, una scelta apparentemente sicura per avvicinarsi al proprio oggetto del desiderio. A quel punto si innesca il gioco delle conseguenze, le scelte si fanno obbligate e i protagonisti vengono messi di forza con le spalle al muro a fronteggiare i propri limiti. Come tutti i generi anche il noir ha delle regole con cui costruire i personaggi. Tutti loro devono possedere un sogno da raggiungere e un difetto insormontabile. Mettete insieme questi elementi, aggiungete pioggia, fotografia cupa, musica evocativa ma non invadente e dialoghi essenziali. Mescolate. Noir.

Suburra contiene tutti questi ingredienti, ben sistemati in una trama che non solo non è scontata, ma riesce pure a confrontarsi con la società attuale. E qui parte il discorso più ampio (ma conciso), su cui torno a breve.

Il film
Suburra è un ottimo film. Non sono espertissimo di regia ma mi pare non abbia sbavature. La fotografia è curatissima, le scenografie perfette. Ci sono solo un paio di momenti nel film, tra tutti la sparatoria al supermercato, in cui la regia perde qualche colpo e sembra non riuscire a raggiungere l’effetto (di realismo) sperato. Problemi comunque minori, che non turbano assolutamente la visione del film.

La recitazione è ottima da parte di (quasi) tutti gli attori. Solo alcuni comprimari, e in poche occasioni, tradiscono a mio parere la scarsa abitudine di lavorare con linguaggi e registri come quello voluto da Sollima. Anche qui si tratta di particolari, problemi minori.

Ho letto alcune recensioni in giro. C’è gente che dice che Suburra sarebbe moralista. No. Non è moralista. Non è moralista una storia come questa, in cui si dice che imboccare un sentiero oscuro porta a perdersi. E’ semplicemente un canone del genere. Sarebbe stata una storia moralista se avesse offerto una visione monodimensionale dei personaggi, se avesse implicato che tutti i cattivi perdono, tutti i buoni vincono e che ognuno ha la sua possibilità di redenzione. Qui non c’è niente di tutto ciò.

Inutile anche fare dell’”intelletuttualoidismo”. Questo è cinema di genere, non punta ad essere alto. Fare gli intellettuali per smontare una pellicola di genere è come vincere a scacchi con tuo nonno e poi prenderlo in giro perché ha perso. Non ha perso: ti ha lasciato vincere. E ora è contento perché ti ha dato un motivo per essere fiero di te stesso.

La trama di Suburra assegna a ogni personaggio la propria spirale e a tutta la storia una cornice piccola ma molto forte: il Papa (mai chiamato per nome ma chiaramente Benedetto XVI) ha deciso di lasciare il suo ministero. Le vicende dei protagonisti culminano proprio mentre il Santo Padre abbandona l’incarico. E’ la summa di ciò che lo spettatore ha appena visto, l’immagine di un mondo senza luce né speranza in cui anche la massima espressione del perdono e della comprensione decide di lasciar perdere. Di andarsene.

La somma dei generi

Ora torniamo al discorso più ampio (ma conciso). Suburra si confronta con l’Italia sotto vari aspetti ma sia chiaro che lo fa rispettando le esigenze del cinema e del genere, e non puntando al realismo. Non capire questo è come offendersi per la buona satira.

Favino interpreta l’onorevole Malgradi, un parlamentare qualsiasi, presumibilmente di centro destra ma in verità non specificato, che dopo pochi minuti di film è già in una camera d’albergo con due escort. Di cui una minorenne. Lo stesso Malgradi ci appare anche come un padre affettuoso, molto legato al figlio. Numero 8 è un criminale romano figlio di uno della Magliana e deve costantemente confrontarsi con la memoria del padre che tutti rispettavano. Lui sogna di diventare ricco, di trasformare la sua Ostia in un posto pieno di luci e di vita. Un bel sogno, se non fosse che per raggiungerlo uccide e tortura.

Ora io posso capire che detta così pare niente. Sollima ha messo in scena un politico corrotto dedito a droga e prostituzione minorile, un prete che fa accordi con un boss, un clan criminale zingaro, un uomo tanto intossicato dai soldi e dal successo da dimenticare la propria famiglia. E che sarà mai? Il cinema italiano racconta la nostra società attuale continuamente, no? Lo fa Sorrentino con la Grande Bellezza, lo fanno i Vanzina o Parenti attraverso le raffinate caricature degli stereotipi. Lo fa Virzì, che fotografa il confronto generazionale con moderata incisività. Lo fa Avati, adesso più in televisione che al cinema, raccontando storie di famiglie attraverso le generazioni. Ah… e lo fa Moccia, ovviamente, o Volo, che al cinema portano i veri disagi dei più o meno giovani che… state ancora leggendo?

Al cinema, così come su un giornale o su qualsiasi altro mezzo, non ci si deve aspettare che il film ci doni un’immagine del nostro mondo completa e imparziale. Non è compito suo. Nel tempo si sono creati molti generi diversi proprio perché è naturale per noi (in teoria) voler guardare uno stesso concetto da più punti di vista. Perché è così che alla fine, mettendo insieme tutte queste angolazioni, arriviamo davvero a conoscere un problema, una situazione, il mondo. E’ come quando qualcuno ci dice che la carne è cancerogena, o che gli immigrati vanno solo buttati a mare. Prima di aprire bocca per confutare o sostenere, alle persone viene naturale leggere più di un articolo, o non fermarsi mai a quello che dice il proprio leader del cuore. Mica per togliere di credito a quel giornalista o a quel leader… è che una visione completa ce l’hai solo quando hai messo insieme tante visioni e argomentazioni… No?

Suburra non sarà un film perfetto ma è molto, molto, molto buono. Ottimo ritmo, bella storia, una resa della violenza e dell’angoscia vivida e spiazzante. Dipinge il nostro mondo attraverso il noir e quindi evidenzia solo alcune zone, quelle oscure, ma lo fa bene. Ed è importante, Suburra, perché recupera una funzione sociale e politica che il cinema Italiano da troppo tempo rinnega, o che finge di adempiere grazie alle mille sfumature del cinema “d’autore” per far sì che i messaggi diventino difficili, poetici e sfumati. Meno scomodi.

C’è solo da sperare che altri autori e registi si muovano in questa direzione, magari proponendo altre visioni e altre chiavi di lettura. Ci farebbe davvero molto comodo. Se il concetto alla base di Suburra sul potere che corrompe, su quanto possano diventare gravi le conseguenze delle nostre azioni e sulla paura che ormai soffoca la dignità è moralismo… allora speriamo in un po’ di moralismo.

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