I vaccini tra pubblico e privato

Poco tempo fa mia madre, nella sua tenerezza di volermi vedere ancora bambino, mi ha aggiustato il colletto della giacca senza nemmeno pensare che avessi scelto deliberatamente di tenerlo in quel modo.

Di fronte alle mie lamentele, mio babbo ha risposto, tra il divertito e lo scocciato, che essendo io oramai “grande e vaccinato”, mi fossi conquistato il diritto di scegliere in maniera autonoma.

Grande e vaccinato“. Espressione comune ma che in questi giorni pare traballare, perché i vaccini sono messi sotto accusa. Pubblicamente.

In parte perché si è creata e diffusa la notizia che la somministrazione di alcuni vaccini provocherebbe l’autismo.

Ora, allo stato attuale delle nostre conoscenze, tutti gli studi scientifici condotti finora mostrano che non esiste alcuna correlazione tra i due fenomeni.

Non serve che dica che in TV, sui giornali, ma soprattutto in rete, se ne senta una diversa ogni giorno. Genitori contro scienziati, scienziati contro scienziati, genitori contro genitori, politici contro genitori e scienziati ma anche no e così via.

Non è scopo di questo articolo fornire informazioni di base, ma giusto per fare il punto, stabiliamo alcuni concetti chiave.

Semplificando molto, la vaccinazione è una pratica sanitaria di tipo preventivo (prima cioè dell’insorgere di una patologia) al fine di conferire un’immunità a chi vi si sottopone.

Vaccinare significa, in soldoni, introdurre in un soggetto un agente patogeno (opportunamente privato del suo potenziale) in modo da far sviluppare al soggetto in questione degli anticorpi specifici.

La pratica della vaccinazione ha una lunga storia ma oggi non ci occupiamo di questo.

Non è mia intenzione entrare in questo dibattito. C’è invece una questione più importante perché spesso taciuta.

Dietro queste polemiche tra disinformati e scientisti infatti sta il cuore di tutta la faccenda. Ed è ovvio (mala tempora currunt) che quindi nessuno ne parli.

Anzitutto pare utile ribadire che qui la partita non è tra scienziati e non-scienziati.

La questione ” i vaccini sono causa dell’autismo”, ad esempio, è uno specchio per le allodole.

Il nodo da sciogliere è invece di tipo valoriale ed etico.

Si tratta infatti di uno scontro tra i diritti individuali e quelli collettivi.

Tra l’interesse pubblico e quello privato.

Nelle società democratiche come la nostra, l’ordinamento prevede che lo Stato possa intromettersi (in determinate modalità regolate per legge) nelle faccende private dell’individuo (obbligandolo a fare o a non fare qualcosa) quando queste possano nuocere a terzi o alla collettività.

In altre parole alcuni stati obbligano la vaccinazione contro certe patologie perché considerano la scelta individuale del non vaccinarsi un rischio eccessivo per il resto della popolazione.

Ma fare di tutta l’erba un fascio è una semplificazione pericolosa.

A tal proposito gli argomenti sono vari e spesso di difficile generalizzazione (nel senso che malattie diverse, vaccini diversi etc. richiedono probabilmente riflessioni diverse scelte politiche diverse).

Insomma, bilanciare le legittime esigenze del privato con quelle della società non è sempre facile e richiederebbe la messa da parte dell’attitudine crociata che imperversa su internet e nei talk show. Anche perché si tratta di problemi complessi, la cui componente fattuale e/o scientifica non è sufficiente a dirimere la faccenda.

Contrariamente a quanto si possa pensare le legislazioni in merito sono molto diverse in differenti paesi. L’Italia ad esempio ha reso obbligatoria per legge la vaccinazione contro alcune patologie (come l’epatite B) mentre altri paesi come l’Austria hanno optato per politiche di tipo incentivale (chi si sottopone alle pratiche di vaccinazione riceve, ad esempio, agevolazioni di natura economica). Altre nazioni (come Germania e Olanda) lasciano più spazio alle scelte individuali ma al contempo investono in campagne di sensibilizzazione e persuasione pubblica. Ogni stato prende queste decisioni anche in base alla propria cultura politica ed alla sua dimensione antropologica. Come dire che ciò che funziona da una parte non è detto lo faccia ovunque.

Chi avesse tempo e voglia, potrebbe leggersi il capitolo 13 di un bel volume di recente pubblicazione “Etica alle frontiere della biomedicina. Per una cittadinanza consapevole” a cura di Giovanni Boniolo e Paolo Maugeri.

Nel capitolo si prendono in esame precisamente tali questioni. Come si legge: “lo Stato è moralmente giustificato a imporre campagne vaccinali obbligatorie? Un individuo ha il diritto di astenersi dalla partecipazione alle campagne vaccinali? Queste scelte vanno rispettate come libera espressione dell’autonomia individuale o sono da biasimare in quanto egoistiche“? (pag. 229)

Senza entrare nei dettagli, il libro aiuta a capire che le soluzioni richiedono tempo e riflessione e sono tutt’altro che immediate. E il medesimo comportamento può trovare maggiore o minore giustificazione a seconda sia del contesto scientifico che delle posizioni etiche. Per esempio, se si adottano certe prospettive morali (come ad esempio il consequenzialismo), il rifiuto da parte del singolo di farsi vaccinare può risultare legittimato – nel caso ad esempio in cui l’immunità della maggioranza della popolazione non venga messa a rischio – mentre potrebbe diventa eticamente discutibile laddove la salute collettiva sia in pericolo.

Se una società democratica è genuinamente pluralista, cioè rispetta e tutela le diversità, alla luce anche, e soprattutto, di una crescita della consapevolezza (anche scientifica) individuale dei suoi cittadini, forse la soluzione non sta nell’agitare lo spauracchio dell’oscurantismo scientifico (che purtroppo esiste anche tra gli scienziati, vedasi quando medici e biologi si improvvisino sostenitori della ricerca sull’energia atomica, ad esempio, senza capirci molto) quanto nell’agire sulla formazione e sulla partecipazione di coloro che sono coinvolti (i cittadini).

Insomma, non si risolve nulla salendo in cattedra. Il rapporto tra istituzioni e cittadini, soprattutto per questioni spinose e complesse come quelle sulle vaccinazioni, richiederebbe maggiore profondità e soprattutto maggiore capacità inclusiva.

Gli antichi romani chiamavano lo stato “Res Publica“. Cioè “la cosa pubblica”. Sarebbe ora che tornasse tale.

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Un pensiero riguardo “I vaccini tra pubblico e privato

  1. Una lettura interessante del problema. Ho come l’impressione che lo stato di cittadinanza sia sempre più individualistico non tanto perché si perseguono obiettivi edonistici, ma perché si vive sotto la stella della disintermediazione. Cos’è autorevole (ancor prima che “autorità”) oggi? Qual è la voce da seguire, fosse anche un’opinione scontatamente banale e omologata? Paradossalmente la vulgata esistente è quella che recita, appunto, un poema della disintermediazione: fregarsene delle autorità (Stato in primo luogo) e delle mediazioni perché 1 vale 1. Fra la complessità dei noidi da sciogliere per arrivare al nocciolo del problema credo ci sia anche questo.

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