E’ passata la notte di Parigi

Tentativo maldestro di costruirsi un opinione, stretto tra reazioni di pancia e diplomazia del niente, guardando Israele.

Dopo il disastro di Parigi, dopo che tutti noi abbiamo manifestato il nostro dolore, esposto una bandierina francese da qualche parte ed espresso un’opinione inutle su quanto accaduto, per me è arrivato finalmente il momento di fare un respiro e di mettere in ordine, per quanto possibile, le idee. Cosa dovrebbe fare un governo nell’immediato? Come dovrebbero reagire l’Italia, l’Europa, l’Occidente? In estrema sintesi “E ora icché si fa?”

Sono domande complicate che non troveranno certo qui una risposta compiuta, ma sento il forte bisogno, l’urgenza di strutturare una mia opinione, o almeno di iniziare a farlo. Per far questo meglio iniziare dall’analisi di quello che si sente dire in giro, tra la gente, sui giornali ed ovviamente sulla rete.

Nel mezzo del diluvio di parole dette e scritte da personaggi pubblici e privati cittadini, mi pare emergano tre macro-aree di pensiero, non di rado sovrapposte: correndo il rischio di semplificare oltremodo, le descriverò brevemente.

  • La prima, è quella del cordoglio, unanime, che unisce tutti. Siamo tutti feriti dall’assurdità di chi uccide innocenti in nome di un credo distorto, nero, malato. Non si intravedono distinguo nel dolore che si prova dinanzi a certi eventi. Ma appena si esce dall’ovvio, ecco che subito la faccenda si fa complicata.
  • La seconda area di opinione è quella propria di chi reagisce di fronte all’ingiustizia e dichiara guerra al nemico gettandosi a capofitto nella pugna: la soluzione al terrorismo, alle barbarie dell’IS e alla continue rotture di coglioni che provengono da Medioriente si può trovare solo imbracciando il fucile, organizzando espulsioni di massa ed inviando immediatamente armate di terra a sconfiggere il nemico. Ovviamente basta un attimo per rendersi conto che si sta imbracciando un fucile di plastica e che non siamo così certi di voler espellere il nostro vicino di appartamento marocchino, che fa il muratore, che ci ha fatto i lavori in casa e ha il figliolo che gioca a pallone col nostro. Per non parlare del fatto che non sappiamo se bisogna mandare le nostre armate Brancaleone in Siria oppure in Iraq, in Libia o chi lo sa.

Chi manifesta questo tipo di opinione ha una reazione istintiva ma disinformata e tende a non confrontarsi col reale peso politico dei paesi e della difficoltà di pianificare un’azione militare. Pazienza. Certo non smette di stupire la prontezza con cui alcuni personaggi pubblici o della politica si sono collocati in quest’area di opinione dopo gli attacchi terroristici di Parigi, ma si sa, parlano alla pancia, non al cervello.

  • La terza area di pensiero è un marasma confuso, in cui si afferma che la soluzione a tutto questo odio, non può essere altro odio. Bisogna quindi spingere sull’acceleratore dell’integrazione, mettere a posto le periferie dove serpeggia il disagio, selezionare bene i rifugiati dagli infiltrati e sì, magari anche mettere qualche poliziotto in più vicino alle moschee delle nostre città. Solo con la forza della democrazia, la nostra amata libertà potrà essere difesa dalla barbarie.

Questo tipo di pensiero, sebbene denoti una capacità di riflessione maggiore ed anche una certa non disprezzabile benevolenza verso l’umanità e le sue sofferenze, è vuoto. E’ il riflesso spento di una incapacità di accettare la realtà del terrorismo, di quello che rappresenta l’IS, della guerra in atto e della minaccia che tutti corriamo. E quindi di ipotizzare soluzioni, magari parziali, ma almeno in linea di principio concrete.

In sintesi, la prima area di opinione è una condivisibile quanto ovvia reazione emozionale, la seconda è il tentativo goffo di trovare una soluzione da bar, la terza è la resa di fronte alla nostra incapacità di affrontare la realtà. La dura realtà.

Ci sarebbe una quarta area. Ma è l’ennesima versione della teoria del complotto, vestito da anti-americanismo d’accatto o da terzomondismo di ritorno. Francamente non mi interessa.

Quindi tornando al nostro dilemma, mi chiedo se possa esistere una terza via tra le teorie dei “guerrafondai da cornetto alla crema” e le parole vuote dei “diplomatici da aperitivo”.

Cercando bene nella melma, queste aree di pensiero, sebbene confuse, esprimono alcuni concetti condivisibili: da un lato la necessità di aprire gli occhi e di identificare una forma di reazione, dall’altro l’importanza di difendere libertà e valori civili e umani.

Chiarito che il cordoglio da solo non basta (1), visto che non siamo d’accordo con proposte di interventi armati scomposti (2), ma nemmeno ci accontentiamo che si riempia l’etere di chiacchiere vuote (3), quali misure tempestive potrebbe adottare un governo per aumentare la sicurezza dei suoi cittadini?

Certo, per affrontare il Califfato servirebbero azioni coordinate ad ampio raggio, combattere chi finanzia il terrore, magari smettendo di farci affari ed infine smantellare le complicità, gli errori e le ipocrisie dell’Occidente stesso: ma tutto questo può essere solo il risultato di un processo lungo e virtuoso della cui riuscita oggi non abbiamo nessuna prospettiva. Una visione strategica a lungo termine che tenga conto di tutti gli elementi è fondamentale per giungere ad una soluzione finale, ma non sostituisce la necessità di affrontare il problema della sicurezza nell’immediato. Aumentare la sicurezza dei cittadini è importante sia per il valore in sè del sentirsi ed essere sicuri, sia per evitare che l’opinione pubblica venga sopraffatta dalla paura e conseguentemente dall’odio.

Ma quali sono quelle misure che conciliano la sicurezza interna con la vita democratica e le nostre libertà? Premettendo che non ho una risposta, si può volgere lo sguardo a cosa viene fatto in paesi che hanno problemi simili ed iniziare a proporre un dibattito. Mi viene spontaneo pensare al caso di Israele, democrazia alle prese da molti anni con enormi problemi di sicurezza.

A differenza dei paesi Europei, Israele non si culla nella compiacenza ed è cosciente del proprio stato di insicurezza. Non si tratta qui di dare una valutazione etica alla condotta di Israele, ma di fare considerazioni pratiche. La sua strategia per la sicurezza degli Israeliani funziona?

Gli Israeliani, pur non rinunciando alle loro libertà (o rinunciando solo ad una parte di esse), vivono in uno Stato in cui sistemi di intelligence sulla frontiera tecnologica e servizi segreti preparati contribuiscono a mantenere un livello di sicurezza incredibilmente alto per la situazione in cui il paese si trova: è innegabile che Israele sia un paese prospero nonostante il contesto geopolitico assai complicato in cui si colloca.

Tra tutti i commenti che ho sentito o letto in questi giorni, mi ha colpito il messaggio semplice e diretto di un’amica italiana residente da anni in Israele e con figli nati là. Una persona moderata, lontana da ogni forma di fanatismo o militarismo. Ha detto “Ragazzi l’Europa deve darsi una svegliata. Io vivo in un posto dove queste cose purtroppo succedono. I sistemi di sicurezza ci sono e vanno usati”.

Più che interventi militari unilaterali e mal pianificati, forse agli Europei nel breve termine converrebbe investire sul miglioramento dei sistemi di sicurezza e dei servizi di intelligence. Il fiasco dei servizi segreti francesi nel 2015 è la migliore pubblicità possibile a questa presa di posizione.

Il potenziamento dell’intelligence porta con sè un prezzo da pagare: la perdita di ulteriori frammenti della nostra privacy e l’accettazione che soldi pubblici destinabili ad altro, come scuola e sanità, servano per uomini e tecnologie dediti allo spionaggio.

Eppure, anche se ci sono rischi e pericoli da non sottovalutare, credo che i governi europei dovrebbero barattare un po’ della privacy dei loro cittadini in cambio di più sicurezza, investendo fortemente nell’intelligence e nelle tecnologie connesse.

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5 pensieri riguardo “E’ passata la notte di Parigi

    1. Ma era per fare un esempio, non è detto che siano scuola e sanità, ma se le risorse sono pari a x, evidentemente se aumentano le spese i sicurezza, qualche altra voce ne farà le spese…..anche se pare che il governo riesca a non farle conteggiare nel deficit…vediamo che succede.

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