L’ultima cena del terrorista

Due episodi mi sono ritornati in mente in questi giorni a proposito degli attentati avvenuti a Parigi.

Il primo è quello della donna appesa alla finestra del teatro, forse perché tra tutte le immagini circolate era quella che più dava il senso di vita sospesa che si respira in situazioni come queste, nelle quali il confine tra la vita e la morte si assottiglia fino a diventare invisibile. Una sensazione accresciuta dal fatto che il filmato si interrompeva senza sciogliere il dubbio sulla sua sorte. Per questo motivo, credo come tanti altri, nei giorni successivi ho letto i giornali cercando la notizia che infine è arrivata, che cioè quella ragazza (che si è scoperto essere pure incinta) si era salvata, e con lei anche l’uomo che l’aveva tirata su.

Il secondo episodio è quello dell’ultima cena di alcuni dei terroristi. Una pizza. Mi sarei aspettato che l’ultima sera di un terrorista islamico fosse dedicata al digiuno e alla meditazione, e che la polizia trovasse nella camera da lui occupata una copia del Corano, magari aperta su un versetto sottolineato, piuttosto che il cartone di una pizza. Sicuramente una pizza halal, ma comunque un simbolo dell’Occidente, che certamente non comparirà tra le pietanze preferite del Califfo. Un dettaglio che lascia affiorare i tratti europei dietro il profilo del radicale islamico. Per non dire della droga per vincere la paura, come se la fede da sola non bastasse a dargli coraggio.

Ma ciò sorprende relativamente. Gli attentatori, in effetti, provengono dalla banlieue parigina e dal Belgio, dal cuore dell’Europa, non dalla Siria o dall’Iraq, sono cittadini francesi e belgi di seconda o anche terza generazione. E, come nella maggior parte dei casi, rispondono a un identikit ben preciso. Giovani devianti che si sono radicalizzati in carcere, o comunque in aree borderline. Indottrinati, non di dottrina; fanatici, non devoti. Giovani che trovano nel radicalismo islamico un’identità fittizia, un modo di canalizzare quelle pulsioni violente che li caratterizzano e grazie ad esse acquisire un’illusione di prestigio che cancelli il senso di frustrazione e fallimento accumulato nella società in cui sono cresciuti.

Qualcosa di simile a ciò che negli anni ’70 accadeva in Italia, quando molti delinquenti comuni si politicizzavano in carcere, diventando spesso quelli capaci di compiere le azioni più efferate, ma che in fondo di politica non capivano granché, abilissimi nel maneggiare mitra e munizioni, ma che non arrivavano a leggere, se ci arrivavano, più del Manifesto del Partito Comunista.

Adesso la Francia dichiara di essere in guerra e bombarda l’Isis. Ma il bersaglio sembra avere un valore più simbolico che strategico. La vera guerra si combatte sul fronte interno, ed è chiaro che, non potendo bombardare Saint-Denis o Molenbeek, per vincerla servirebbero armi più sofisticate e, soprattuto, diverse prospettive.

Ci vorrebbe, da un punto di vista strettamente repressivo, una strategia analoga a quella adottata col terrorismo politico, ma nello stesso tempo, osservando il problema da un punto di vista sociologico, ci vorrebbe una società più equa e inclusiva.

Riflettendo sulle relazioni internazionali, ci vorrebbe una politica meno prevaricatrice e più lungimirante, cioè il contrario della politica statunitense degli ultimi 50 anni, ma ci vorrebbe pure un Islam capace di misurarsi con la modernità, cioè il contrario dell’Islam che l’Arabia Saudita promuove e finanzia in tutto il mondo.

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