I social network hanno rotto il cazzo

In realtà non sono in particolare i social network ad avere rotto, ma chi ci scrive. I diversi siti social hanno praticamente quasi annullato le distanze e ci si può ritrovare a leggere quelle che una volta erano “chiacchiere relegate nei bar”. Personalmente non ho nulla contro le chiacchiere da bar, ma l’essere umano, messo dietro una tastiera, può completamente trasformarsi.

Perché questo incipit? Per il semplice motivo che in Italia funziona solo la gogna mediatica e un direttore di giornale che ha fatto una cazzata pubblicando un titolo offensivo su tre atlete olimpiche viene rimosso dal suo incarico, invece a nessuno frega niente se sugli stessi giornali si usano ancora parole come “vu cumprà“. La mia non è una difesa del direttore Giuseppe Tassi: quando ho letto quel titolo la prima cosa che ho pensato è stata un articolo del tipo “Le teste di cazzo scrivono ancora sui giornali”. Il punto è che se non ci fosse stata l’indignazione della rete, Tassi sarebbe ancora al suo posto. La stessa cosa succede quando un film non piace o un serial tv ha un finale non gradito al “popolo della rete”: le pressioni da parte degli utenti dei social network sugli sceneggiatori su questo o quel finale o sulla fine di un personaggio, determinano spesso la riuscita o meno di un prodotto di intrattenimento.

Stephen King lo aveva intuito da tempo in “Misery non deve morire”. Ecco, in questi casi io vedo il popolo della rete come Kathy Bates, con in mano il martello intento a spezzare le caviglie del suo scrittore preferito.

Poco importa che lo sceneggiatore di turno o il direttore di testata possa subire le conseguenze di quella che a tutti gli effetti è un’ossessione (nel caso dei fan) o un eccessivo e superficiale giudizio su un titolo di merda che pone tale giudizio alla stessa stregua del titolo incriminato.

Quindi i social media e chi ci scrive hanno rotto il cazzo proprio perché funzionano a furor di pancia, come il caso delle bufale sui vaccini che causano l’autismo o dell’immigrato che guadagna 40 euro al giorno dallo Stato e stupra un’intera famiglia. I social sono pieni di queste e altre castronerie che nel minore dei casi fanno guadagnare qualche persona senza scrupoli, al peggio possono rappresentare un pericolo per la salute pubblica.

Riconosco la funzione di pluralità (se vogliamo chiamarla così) dei social network, ma a chi non è capitato nella vita di fare una cazzata? E se foste stati messi alla gogna per quella cazzata? Forse il direttore Tassi era una brava persona che ha fatto una cazzata, forse no, ma ricordate che l’indignazione può essere una reazione di pancia e dietro una tastiera è meglio scrivere con la testa. C’è chi ci ha realizzato un test su questa cosa (fatelo: è anche divertente, oltre che educativo). Essere licenziati per compiacere il furore dell’Italia incazzata credo sia un segno altrettanto grave che scrivere castronerie, in altre parole è come dire che c’è chi scrive di pancia e chi legge di pancia.

Certo i risultati dell’indignazione potrebbero essere appaganti, purtroppo non è sempre così

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