Trump, il tradimento delle élite e la responsabilità

GOP 2016 Debate
Republican presidential candidate, businessman Donald Trump stands during the Fox Business Network Republican presidential debate at the North Charleston Coliseum, Thursday, Jan. 14, 2016, in North Charleston, S.C. (AP Photo/Chuck Burton)

Questo “pezzo” sarà un po’ lungo. Forse non adatto alla fruizione online (ma nemmeno alla carta stampata), affamata di velocità e brevità.

Sono riflessioni che faccio a caldo dopo la vittoria di Trump (che in parte mi aspettavo e che non saluto certo con gioia) ma che attingono da letture ed analisi che frequento da tempo.

Le elezioni americane sono dunque l’occasione per ordinare le idee (ancora non del tutto sistematizzate) da parte di chi come me, NON è un politologo né un economista.
Sono, com’è la natura di questo spazio, i pensieri di chi si appella a quell’invito kantiano circa l’uso pubblico della ragione che ogni cittadino ha il diritto (e forse per Kant anche “dovrebbe”) di esercitare.
Spero che quindi, nonostante densità e lunghezza qualcuno trovi tali riflessioni interessanti, a prescindere che le condivida o meno.
Uno degli elementi centrali (e non perché lo sia oggettivamente ma perché è un tema di mio interesse) è stato l’osservare la reazione dei cosiddetti “progressisti”. Quelli che hanno votato la Clinton (anche pensando solo che fosse il meno peggio), che popolano i grandi giornali, le università, il mondo della cultura e dello spettacolo.

Gli intellettuali liberal hanno reagito sconvolti ed increduli (si legga ad esempio l’editoriale del New Yorker ad esempio) leccandosi le ferite con toni quasi apocalittici (“The election of Donald Trump to the Presidency is nothing less than a tragedy for the American republic, a tragedy for the Constitution, and a triumph for the forces, at home and abroad, of nativism, authoritarianism, misogyny, and racism“).

Che Trump utilizzi un linguaggio razzista e misogino è palese, che egli si riveli un sciovinista autoritario è cosa che pare probabile ma lo si capirà, nei fatti, solo tra qualche mese.

Ecco allora il cruccio degli intellettuali americani progressisti:

Perché la gente lo ha votato? Perché la gente non ha capito? Perché sono stati così stupidi?

Com’è possibile che certi valori non siano ancora patrimonio dell’intero popolo americano che quindi non abbiano fatto breccia nell’elettorato facendo perdere Trump?

A seguire, il mondo progressista e liberale ha parlato (tra il serio ed il faceto) di lasciare il paese per il Canada (o per l’Italia, come ha dichiarato Robert De Niro) mentre sulla rete si scatenavano ironie apotropaiche per esorcizzare un esito al quale non si voleva credere.

Migliaia di studenti sono scesi nelle strade americane con cartelli “NOT MY PRESIDENT” indignati e risentiti per qualcosa che ritenevano impossibile.

Scrivere su tutte le ragioni che spieghino la vittoria di Trump non mi interessa (né forse sarei in grado di farlo). Non esiste un motivo unico.

La rete causale che ha portato alla sua affermazione come 45esimo presidente degli Stati Uniti è sicuramente complessa e per comprenderla bisogna conoscere la storia americana e porre attenzione a cose diverse, dalla stratificazione economica al tipo di legge elettorale (qui, alcuni grafici interessanti)

Tutte questioni sicuramente fondamentali, ma me interessa piuttosto la questione culturale (del resto è il mio mestiere) che sta dietro a questo scontro, a questa débâcle dei Democratici.

Un’altra reazione comune in certi ambienti è stata quella di associare la vittoria di Trump alla Brexit. Ed in modo peculiare.

Come per la Gran Bretagna l’analisi è che l’elettorato si sia fatto raggirare o che non abbia capito bene. Può essere, in parte, ma appunto si tratta solo di metà della storia.

Ma si è andati oltre. L’elettorato non ha capito perché spesso esso è rozzo ed incolto, sostanzialmente ignorante.

C’è perfino qualcuno (ma qui più tra la stampa e certe frange intellettuali europee che tra quelle statunitensi) tra i più risentiti ha risollevato il problema della democrazia che decide senza comprendere (con l’idea implicita che si dovrebbe “rivedere” l’istituto del suffragio universale).

Sicuramente ci sono elementi di verità circa, ad esempio, l’istruzione media di molti (ma non tutti!) elettori di Trump, ma ridurre il successo del magnate americano ad una questione di rednecks è piuttosto semplicistico e non fa onore agli intellettuali stessi.

Per favore quindi evitiamo frasi tipo “la gente non capisce nulla” o “abbasso la democrazia”.

Culturalmente un problema esiste ma non è quello, io credo, descritto dai più. Esso è molto più grave, difficile da comprendere, ed è molto profondo.

Si tratta, secondo me, di un problema che affonda nella questione di classe (roba che dalla fine della Guerra Fredda non si sentiva più spesso se non nella sua accezione storica).

E non mi riferisco ad una classe qualsiasi, ma alla classe dirigente, le cosiddette élite.

Questo risultato americano, di cui NON sono certo contento, mi pare rifletta la crisi di una classe dirigente che non ascolta né pare preoccuparsi della percezione del proprio elettorato.

L’americano medio ha percepito la Clinton come il candidato espressione di quel mondo che ha affamato la classe media e creato la crisi finanziaria. Mi si dirà che tale percezione è sbagliata e che Trump è solo un malvagio populista.

Può essere. Ma se si pensa davvero che il “popolo” non interpreti correttamente certe dinamiche e/o non faccia debitamente i propri interessi, allora è compito di una classe dirigente di livello e responsabile agire per mutare questa percezione.

Esse est percepi (essere è percepire) diceva Berkeley. Ed in politica (nella sua più basilare declinazione di creazione del consenso) bisognerebbe ricordare che NON è l’elettorato che non comprende, ma la classe politica che NON si fa comprendere.

Le élite “progressiste” hanno perso insomma il contatto con la realtà soprattutto nei confronti di quegli strati sociali che tradizionalmente si ripromettevano di rappresentare.

Non solo, esse hanno smesso attivamente anche di farsi carico delle istanze e ragioni di certi sociali (la classe media) cedendo così il campo a quelle forme democratiche peculiari (leggasi populismo) che ora fanno tanta paura.

Tale scollamento deriva, a mio avviso, anche da una specifica attitudine culturale che certi ambienti sembrano oramai aver maturato da tempo.

Le élite culturali e politiche guardano dall’alto in basso la middle class giudicata oramai “media” nel senso di “mediocre”.

Mediocre perché incapace di capire, sepolta in tanta ignoranza, le (secondo le élite) innegabili e auto-evidenti virtù etiche e politiche della visione liberal-progressista.

Scrive 20 anni fa, ne La Ribellione delle élite. Il tradimento della democrazia (edito in Italia da Feltrinelli) il politologo e sociologo Christopher Lasch:

Una volta era la “ribellione delle masse” che minacciava l’ordine sociale e le tradizioni di civiltà della cultura occidentale. Ai nostri tempi, invece, la minaccia principale sembra venire da chi si trova al vertice della gerarchia sociale, non dalle masse. (pag.29)

Secondo Lasch, quelli che erano alcuni vizi di pensiero delle masse del XIX secolo, e cioè l’occuparsi esclusivamente del proprio benessere confidando in un futuro di possibilità illimitate e di libertà totale diventano oggi i problemi delle nuove élite.

La lotta di classe ha lasciato il posto ad altro con conseguenze non proprio entusiasmanti.

Scrive sempre Lasch:

I movimenti radicali che hanno turbato la pace la pace del ventesimo secolo sono falliti l’uno dopo l’altro, e a all’orizzonte non è apparso nessun successore. Il proletariato industriale, che un tempo era il nerbo del movimento socialista, non è che la penosa caricatura di se stesso. La speranza che nei “nuovi movimenti sociali” possano prendere il suo posto nella lotta contro il capitalismo, la speranza cioè che ha sorretto la sinistra tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli ottanta, si è risolta in nulla. I nuovi movimenti – il femminismo, il movimento per i diritti dei gay, quello per il diritto all’assistenza sociale e quello contro la discriminazione razziale – non hanno nulla in comune tra loro, e la loro unica rivendicazione coerente mira all’annessione delle strutture dominanti e non certo a una trasformazione rivoluzionaria delle relazioni sociali. (pag.30)

La classe media insomma è più conservatrice di quello che vorrebbero gli intellettuali liberali.

Non solo.

La classe media, agli occhi dei progressisti è vittima della sua arretratezza culturale, si oppone alle conquiste di civiltà che tali élite hanno compreso; élite che storcono il naso con disgusto quando la massa non sa coglierle con altrettanta evidenza.

Qui, a mio avviso, il primo punto cruciale.

Schernire certe spinte di “pancia” come inaccettabili senza cercare di porvi rimedio nell’illusione che la Ragione illumini istantaneamente chi le si avvicina, è un peccato politico e culturale mortale.

È quello di coloro che messi in condizione di essere più attenti ed informati in virtù dei loro titoli e della loro istruzione, invece di adoperarsi per rendere convincente e appetibile la loro visione (tale è il campo della politica) non hanno di meglio che bollare chi la pensa diversamente come stupido e/o ignorante.

Il peccato delle nuove élite è insomma un peccato di natura aristocratica, che si stupisce con sdegno se le classe subalterne non colgono subito ciò che secondo loro dovrebbe risultare evidente.

Radical chic di superficiale e semplificato platonismo, potremmo dire platonist chic, essi non sembrano fare altro che arretrare con orrore scaricando sulle masse tutte le colpe.

In questo loro distacco, gli intellettuali hanno però rinunciato anche ad ogni tentativo di guida culturale della società.

La nuova borghesia rinuncia cioè al suo ruolo ed alle responsabilità che ne conseguono in nome di un’idea astratta di libertà, che va bene solo se riconoscono le vette di certe speculazioni e si abbracciano certe visioni ma diventa subito abuso laddove le si contraddicono e negano.

Su questo distacco dalla responsabilità della classe dirigente scrive ancora Lasch:

I liberali delle classi medio alte, incapaci come sono di cogliere l’importanza delle differenze di classe nel plasmare gli atteggiamenti relativi alla vita, […] non riescono a capire come la loro concezione igienista della vita non susciti l’entusiasmo universale. Hanno bandito una crociata salutista nei confronti della società americana, per creare un “ambiente libero dal fumo”, per censurare qualsiasi cosa, dalla pornografia al “linguaggio ostile” e al tempo stesso, incongruamente, per estendere i limiti della scelta individuale a settori in cui la maggior parte degli altri sente il bisogno di una solida guida morale. (pag.31)

Per le élite l’aver rinunciato ad essere guida della società in nome dello sviluppo personale a tutti i costi significa anche inorridire di fronte a certi cosiddetti rigurgiti (nazionalisti o razzisti) girandosi dall’altra parte e senza saper porvi rimedio.

Un caso emblematico è l’immigrazione. Sto pensando anche al caso recente accaduto in Italia, provincia di Ferrara, nel quale un gruppo di cittadini ha fatto le barricate per non accogliere alcune donne migranti.

Di fronte all’ostinazione dei cittadini nel rifiutare l’arrivo dei migranti, le élite hanno solo condannato l’ottusità di tale gesto, sconvolti che le persone comuni non riuscissero a cogliere il valore etico e politico dietro la disperazione dei migranti stessi, ed al contempo non considerando le paure e le necessità di quei cittadini (laddove anche sbagliassero, come io credo in questo caso).

Sarebbe insomma compito della politica, un compito difficile inteso come progetto culturale a lungo termine, quello di creare la visione necessaria e le condizioni pratiche fondamentali affinché tali processi ed eventi vengano accolti ed interpretati in un certo modo. Sgranare gli occhi di fronte all’ignoranza e meschinità della gente, insultandola e accusandola di arretratezza, non fa altro che aumentarne il risentimento (ed i comportamenti che si vorrebbero correggere).

La rinuncia alla responsabilità da parte della classe dirigente è anche questo.

A tale proposito, scrive ancora Lasch:

Quando si trovano [le élite intellettuali/progressiste] di fronte ad una opposizione qualsiasi a queste loro iniziative, tradiscono subito l’odio velenoso che si cela dietro la sorridente superficialità della loro benevolenza borghese. Basta un po’ di opposizione perché certi filantropi dimentichino le virtù liberali che sostengono di difendere e diventino subito petulanti, farisaici e intolleranti. Nel calore della controversia, politica non riescono a nascondere il disprezzo che provano per quanti ostinatamente si rifiutano di vedere la luce, per quelli che “proprio non ce la fanno”, come suona il gergo compiaciuto della rettitudine politica[…]

I middle Americans, come appaiono ai maestri dell’opinione colta, sono inguaribilmente rozzi, fuori moda e provinciali, disinformati sulle trasformazioni del gusto e le tendenze intellettuali, avidi di romanzi spazzatura, instupiditi da un’esposizione prolungata alla televisione.(pag.31-32).

Arretrando di fronte alle proprie responsabilità politiche e culturali le classi dirigenti progressiste cedono così il campo ad altri (vedi Trump, ma vedi in Italia anche Salvini e in un certo senso Grillo), che con altri mezzi ed intenzioni cercano di dare uno sfogo o un corso a tali istanze disattese.

E quando questi altri vincono, ecco che in certi ambienti suona l’allarme. Il mondo non va nella direzione “ovvia” auspicata dalle élite.

La democrazia, si dice quindi, è in crisi.

Ma non perché la gente non sappia votare. Ma perché, credo piuttosto, una classe dirigente ha cessato di esserlo nel senso più proprio della parola. Il tradimento delle élite culturali e politiche cui assistiamo in questo frangente nasce dall’incapacità di formare e selezionare una classe dirigente capace e soprattutto una classe dirigente che sia tale.

Dice sempre Lasch a proposito:

[…]quanta confusione regna sul significato di democrazia, quanto ci si sia estraniati dai presupposti su cui è stato edificato il nostro paese. Il termine, ormai, serve semplicemente a definire lo stato terapeutico. Quando parliamo di democrazia, oggi, ci riferiamo, per lo più, alla democratizzazione dell'”autostima”. Le parole chiave correnti – “diversità”, “compassione”, “promozione”, “abilitazione” – esprimono la malinconica speranza che le divisioni profonde che minacciano la società americana possano essere colmate dalla buona volontà e dal linguaggio purgato ed emendato. Ci viene chiesto di riconoscere il diritto di tutte le minoranze ad essere rispettate non in virtù delle loro realizzazioni, ma in in virtù delle loro sofferenze passate. L’attenzione compassionevole, ci viene detto, migliorerà in qualche modo l’opinione che i loro esponenti hanno di se stessi; mettendo al bando gli epiteti razziali e le altre forme di linguaggio poco rispettoso, faremo miracoli per il loro morale. Nella nostra preoccupazione per le parole, abbiamo perso di vista quelle dure realtà che non si possono addolcire semplicemente assecondando l’immagine che ciascuno ha di sé. Che profitto possono trarre gli abitanti nel South Bronx dall’irrigidimento dei codici linguistici delle università di élite?(pag.14)

Ecco quindi che la lotta di Trump al politically correct, divenuto un rifugio, torre d’avorio delle élite progressiste, ha sicuramente contribuito al suo successo.

Ma ora uno potrebbe chiedersi come mai si è giunti a tale punto proprio con uno come Donald Trump.

Perché Trump, che certo NON è un uomo della classe media, ha potuto esserne (a suo modo) interprete?

Onde evitare talune facilonerie, sgombrerò il campo da quelle che sono, secondo me, analisi sbagliate.

Chi vede in Trump un campione del popolo, avversario del capitalismo, paladino della classe media è fuori strada. Certa sinistra che inorridiva per Bush ma che ora si sfrega le mani perché Trump rimetterà in riga Wall Street ed il neo-liberismo mi pare piuttosto ingenua (e anche un poco ipocrita).

Trump, di nuovo, si è presentato come alternativo a quelle élite, pur facendone (sicuramente in quanto a patrimonio) decisamente parte.

Perché il suo essere alternativo a certi ambienti non è stato costruito sulla base della sua provenienza sociale ma sul rifiuto sistematico di quelle che sono le categorie concettuali (politically correct in primis) che denotano la borghesia liberal contemporanea.

Uno scontro, direi, culturale. Uno scontro di classe.

Di gergo e di linguaggio di classe (e dunque anche economico).

Sembrerà forse poco ma questo, da un certo punto di vista, è bastato. (E se si è scettici si pensi, analogamente, anche se con le dovute e grandi differenze, a Berlusconi.)

Infine, lo slogan. Make America Great Again.

L’appello alla nazione, nel senso più originario. La nazione come confine dal resto del mondo, la nazione come “noi” e “non loro”.

La nazione da cui le élite, sono arretrate lasciando il vuoto.

Il riferimento alla nazione ha fatto percepire Trump lontano (quando anche non lo sia) da quelle élite che sono invece sempre più cosmopolite ed internazionali.

La classe media ha insomma punito anche l’internazionalismo della nuova borghesia, che è davvero l’unica entità cosmopolita autentica di oggi, unita e resa unica dall’economia mondiale e non più ancorata ad interessi particolari di questo o quel paese.

Anche questo evidenzia un mutamento profondo dell’essenza stessa delle classi dirigenti.

La trasformazione della borghesia come espressione di una comunità e di un territorio (e dunque dei suoi interessi), impegnata quindi responsabilmente verso la società di cui è vertice, verso invece una nuova borghesia completamente autoreferenziale che non è più guida, non più classe dirigente ma solo classe superiore (anche geograficamente!).

Questo allontanamento dalle responsabilità verso la propria comunità da parte della classe dirigente comporta anche un duro colpo alla stessa identificazione della classe media stessa.

Scrive anche su questo Lasch:

Il declino dello stato nazionale è, a sua volta, strettamente legato a quello della classe media. È dal sedicesimo e diciassettesimo secolo che le fortune dello stato nazionale sono legate a quelle dei ceti commerciali e manifatturieri. I fondatori delle nazioni moderne, fossero esponenti dei privilegi della corona, come Luigi XIV, o repubblicani come Washington e Lafayette, si erano rivolti precisamente a loro per avere appoggio nella lotta contro la nobiltà feudale. Il richiamo del nazionalismo può essere fatto risalire in buona parte alla capacità dello stato di stabilire entro i suoi confini un mercato comune, di imporre un sistema giuridico uniforme e di estendere i diritti politici tanto ai piccoli proprietari quanto ai ricchi mercanti, entrambi esclusi dal potere sotto il vecchio regime. La classe media, comprensibilmente, era diventata la componente più patriottica, per non dire sciovinista e militarista, della società. Ma gli aspetti poco attraenti del nazionalismo borghese non dovrebbero far dimenticare i suoi contributi positivi, quali il senso sviluppato del radicamento territoriale e il rispetto della continuità storica, due segni caratteristici di una sensibilità della classe media che va tanto più apprezzata oggi quando la cultura della classe media è dovunque in declino. Quali che siano i suoi difetti, il nazionalismo borghese ha creato un terreno comune e un comune quadro di riferimento senza quale la società tende a dissolversi in fazioni in contesa tra loro […] in una guerra di tutti contro tutti.(pag.46)

L’ennesimo peccato attribuito dalla classe alle nuove élite è anche questo.

Lo sradicamento cioè dello stato nazionale (in un’ottica post Guerra Fredda) senza alcun tentativo di creare una nuova struttura che si faccia carico di quelle funzioni che lo stato stesso deve esplicare (da noi forse l’Europa avrebbe potuto essere una risposta ma invece ci si è ben guardati dal creare uno stato).

Un peccato che si traduce nell’imposizione di una prospettiva cosmopolita che deve essere percepita come giusta e progressista senza se e senza ma.

La globalizzazione (e la sua supposta inevitabilità) in primis.

In questo vuoto non deve sorprendere che prenda voce una come Marine Le Pen che nei suoi discorsi sancisce la fine di Destra e Sinistra ridefinendo lo scontro politico invece tra basso (classe media/stato nazionale) e alto (élite/internazionalismo culturale e politico).

E non deve sorprendere che in assenza di voci alternative a questo livello, soggetti politici come Le Pen, Trump, Grillo e Salvini (con tutte le differenze del caso e di contesto) vedano affermazione (soprattutto in certi strati sociali) e crescere il loro consenso.

Spiega ancora Lasch (siamo nel ’95!)

Il mondo degli ultimi anni del ventesimo secolo presenta un ben curioso spettacolo. Da un lato, grazie all’azione del mercato, è unito come non lo è mai stato prima. Il capitale e la forza lavoro attraversano liberamente frontiere politiche che sembrano sempre più artificiali ed indifendibili. La cultura popolare ne segue l’esempio. D’altro canto, le lealtà tribali non sono mai state tanto forti e aggressive. Le guerre etniche e di religione scoppiano in un paese dopo l’altro […].

Alla base di entrambi questi sviluppi – il movimento verso l’unificazione e quello verso la frammentazione – c’è l’indebolirsi dello stato nazionale. Lo stato non può più controllare i conflitti etnici, né, d’altro canto, può controllare le forze che spingono alla globalizzazione. Da un punto di vista ideologico, il nazionalismo viene attaccato su due fronti: dai fautori del particolarismo etnico e razziale e da quanti sostengono che l’unica speranza di pace è l’internazionalizzazione di tutto: dai sistemi di pesi e misure all’immaginazione artistica.(pag.46)

Ecco, io vedo nella vittoria di Trump, nell’avergli perdonato tutto ciò che certe élite considerano inaccettabile (altra categoria morale trapiantata in politica e cara a certi progressisti), il campanello di allarme di una società che vede quanto quelle stesse élite risultino, come non mai, pericolosamente isolate da tutto il resto.

Il tradimento delle élite sta dunque in questo. In questo trincerarsi in modo autoreferenziale entro un preciso dizionario politico, bollando qualunque eversione come ignorante, bigotta, populista.

L’incapacità delle classi dirigenti di creare visione, futuro e consenso le rende quindi fallimentari politicamente.

Invece di strapparsi le vesti per l’elezione di Trump (ribadisco, per me, evento tutt’altro che positivo) minacciando ridicole fughe in Canada, i liberal dovrebbero recuperare il legame con la loro base elettorale. Non farlo significa lasciare campo libero ad altre forze, con conseguenze che potrebbero essere molto nefaste.

Fare ciò significa non solo ascoltare la classe media, ma saperle anche fornire una visione che non la faccia cedere alle sirene delle risposte facili e che al contempo non leda la sua costituzione (culturale e di classe appunto!) i suoi interessi, le sue legittime aspirazioni.

Significa insomma partire dai problemi (reali!) che Trump ha usato come cavallo di battaglia per vincere le elezioni e provare a governarli, invece di imporre la loro accettazione in maniera acritica, limitandosi a condannare le masse, colpevoli di non capire l’ovvietà di certi fenomeni.

Si tratta dunque, e forse soprattutto, di recuperare implicitamente l’originale portata semantica del termine democrazia, ristretta da troppo tempo al campo di gioco delle visioni di nicchia di questa classe dirigente che oramai sembra aver perso il controllo su ciò che dovrebbe guidare.

E che dunque ha perso la sua natura ed identità.

Federico Boem

 

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