Scienza e democrazia

 

Nei giorni scorsi ho provato a commentare la frase “la scienza non è democratica” pronunciata dal dott. Burioni in risposta a chi gli chiedeva perché avesse cancellato dei commenti ad un suo intervento sulla questione vaccini (vedi qui sotto).

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Questo pezzo nasce dalle forti perplessità suscitate da tale frase.

Anche qui nel mio orticello virtuale c’è stato un dibattito notevole (e per fortuna tale è rimasto) con diverse posizioni che ho trovato interessanti.

Mi sono anche reso conto però che quanto avevo scritto, spesso, non è stato pienamente inteso e siccome ritengo che la responsabilità, nel comunicare, sia del comunicatore, proverò qui ad essere più chiaro, articolando maggiormente la mia riflessione.

Cercherò anche io di non essere troppo tecnico né troppo prolisso. Certi temi sono più complessi di come li descriverò ma credo che per il tipo di fruizione che spero di ottenere possa bastare.

Anzitutto mi sento di dover ribadire che sulla questione vaccini il dott. Burioni ha ragione.

Perché penso che abbia ragione?

Non in virtù del suo titolo (che certo sulla carta gli dà le credenziali iniziali per pensare che non stia parlando a vanvera) ma in virtù delle prove portate, delle fonti sempre esplicite e di molti suoi argomenti.

Riassumendo posso dire che ritengo che Burioni abbia ragione sulla “questione vaccini” perché le sue motivazioni si fondano sulle migliori evidenze sperimentali attuali che a loro volta forniscono la base ai più recenti ed accettati modelli di spiegazione di quei fenomeni biologici presi in esame.

Burioni fa dunque certe affermazioni (cosa che sarebbe difficile ai più) in virtù della sua esperienza professionale, sia di studio che di lavoro. Il dottore è un cosiddetto esperto ed in una società complessa come la nostra è normale che certi aspetti (ricerca scientifica in primis) vedano le opinioni degli esperti avere più peso di altre all’interno del loro campo.

La mia perplessità nasce, come ho detto, dalla frase “la scienza non è democratica”.

Penso di capire che tale frase volesse significare più o meno questo: se anche la maggioranza (se non la totalità) della popolazione mondiale decidesse di votare circa la non sfericità della terra, questo non cambierebbe il fatto che la terra sia tonda.

La veridicità di una scoperta scientifica non si stabilisce con un voto a maggioranza.

Benissimo.

Ma il contenuto concettuale che ho appena espresso è ben diverso dalla frase “incriminata”.

Il voto infatti (e che ogni cittadino in possesso dei suoi diritti ne possa esercitare uno ed uno solo) non è che UNA componente (tra le tante) dei regimi democratici.

E poi non è vero che in un regime democratico tutte le opinioni abbiano lo stesso peso o che si decida senza consultazioni intermedie, processi di verifica, consiglio di esperti. (Senza menzionare i contrappesi istituzionali).

Il voto è solo la certificazione finale di una serie di attività che rendono la democraticità una questione ben più complessa del semplice “votare” (ad esempio anche nelle oligarchie si vota a maggioranza).

Inoltre, a voler essere pignoli, la democrazia non si serve del voto per stabilire la “verità” ma per sancire delle norme di comportamento o strutturali circa i possibili comportamenti.

Democrazia vuol dire anche dibattito. E non è vero che la scienza sia priva di dibattiti. Anzi, è vero semmai il contrario. E anche oggi.

Ma certo una cosa è un dibattito tra pari, un’altra quella tra persone con un diverso percorso di studi.

La differenza tra i dibattiti scientifici e le repliche sconclusionate di certi personaggi che criticavano Burioni si fonda esattamente su questioni metodologiche e non fattuali.

Il fatto che tra due scienziati non vi sia accordo è certamente possibile.

Ciò che risulta diverso rispetto ad una discussione tra uno scienziato ed uno che non lo è, si fonda sullo stabilire un terreno comune.

Questo perché le discussioni scientifiche seguono (solitamente) certe regole (condivise “democraticamente”) che vanno a formare il corpus delle metodologie scientifiche (si badi bene che ho usato il plurale non a caso).

Senza entrare nei dettagli e semplificando un poco, tali regole si basano sul ragionare in modo non fallace (la logica), sul basare le proprie affermazioni su prove empiriche eseguite secondo procedure controllabili (l’esperimento) e su modelli che ne rendano conto in modo sempre più preciso (la teoria).

Le risultanti di tali procedure non sono sempre univoche giacché i dati non parlano da soli ed il successo delle teorie si basa anche su fattori quali la semplicità o la capacità predittiva (e non è cosa banale mostrare che queste due cose implichino necessariamente “la verità”).

La formazione scientifica garantisce (o almeno dovrebbe) che due membri della comunità possano confrontarsi “alla pari” (quantomeno nel loro campo di indagine) proprio perché educati a pensare in questo modo (cioè seguendo certe regole, condivise dalla loro comunità).

Un confronto certamente controllato e regolamentato ma che coglie uno degli elementi fondanti della democrazia, appunto il confronto.

Altro elemento “democratico” è la moderna produzione della conoscenza scientifica. Tutti i ricercatori sanno che il loro lavoro non avrà diritto di figurare accanto al teorema di Pitagora o alla struttura del DNA se non passerà il vaglio dei loro colleghi.

Si tratta della famosa revisione paritaria (peer-review).

E questo proprio perché la certificazione di un “fatto” richiede una verifica collegiale secondo la prassi di cui prima e non la semplice applicazione di una serie di metodologie (quando anche corrette) da parte di un singolo isolato.

Infine c’è la dimensione pubblica.

La conoscenza scientifica nasce come strumento di liberazione dai dogmi e imposizioni di pensiero ed è pertanto (a vari livelli di accessibilità) patrimonio di tutti.

I risultati della scienza sono pubblici così come l’operato degli scienziati.

Il controllo democratico dell’impresa scientifica (che è tale in quanto anche componente della società che la esprime) non va inteso come un “mettere ai voti quello che fanno gli scienziati”, ma come un costante dialogo tra coloro che ricercano e quella parte di società che sostiene, finanzia e trae benefici da tale ricerca.

Questo ultimo elemento è molto importante giacché se si comunica la scienza in modo troppo cattedratico o elitario (o pensando che spiegare sia solo trasmettere) si rischia di distorcere questa dimensione fondamentale.

Mi rendo conto che quello del dott. Burioni è stato uno sfogo generato dalla violenza di certi interlocutori, ma con quella frase secondo me ha reso meno efficace il suo messaggio.

Infine una nota di metodo.

Di fronte a questa mia puntigliosa precisazione qualcuno mi ha fatto notare che una tale semplificazione (“la scienza non è democratica”) non era poi così grave di fronte ai commenti di certi internauti che criticavano Burioni (cose del tono: “basta cazzate, l’epidemia di meningite la portano i negri”).

Posso essere d’accordo.

Ma se condivido lo zelo degli scienziati nel sorvegliare e correggere le imprecisioni circa il loro lavoro (giacché una imprecisione può generare fraintendimento e stravolgere un concetto) penso che lo stesso si debba fare con tutti i campi del sapere.

Oggi ci troviamo di fronte ad una crisi della politica (intesa come crisi della classe dirigente) proprio perché certi concetti fondamentali e complessi vengono stravolti, indebitamente semplificati, distorti e via dicendo.

Democrazia” è una parola importante. Che significa tante cose.

Anche se a fin di bene non si dovrebbe banalizzare o ridurre indebitamente ad uno dei suoi aspetti.

Perché capisco le buone intenzioni. Ma si sa cosa le buone intenzioni lastrichino.

Federico Boem

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