Ignazio Marino e i professionisti della politica

Ignazio Marino si è dimesso. Con riserva poiché così prevede la legge.

Ma poco conta. Oramai in politica contano i gesti.

Anzi, sbaglio, non oramai, da sempre.

La vicenda di Marino, ha mostrato insomma il suo essere un non-politico. Incapace, cioè di muoversi secondo le regole dell’arte del governare. Un uomo sprovvisto dell’adeguato cursus honorum.

E questo non per sua colpa diretta. Piuttosto perché egli è rimasto vittima dell’elogio del passante per usare una bella espressione usata dal giornalista David Allegranti.

Dopo gli scandali della giunta Alemanno (vedasi lo scempio di Mafia Capitale), Marino fu scelto, principalmente perché si pensò, in uno scenario nel quale nessun partito politico poteva dirsi libero dal peccato, che la carta da giocare fosse l’onestà.

Marino fu definito, marziano, alieno cioè alla politica di professione, come se ciò fosse un pregio.

Ecco dunque la miope e populista dottrina che sancisce come l’uomo qualunque, se eticamente virtuoso, possa governare senza averne le competenze.

La filosofia di fatto del M5S insomma, che ora esulta per la cacciata di Marino dopo aver innescato il meccanismo che rese possibile la sua elezione.

Ma i Grillini, nel loro moralismo giacobino, rivelano solo un sintomo.

Il cuore della faccenda sta l’incapacità dei partiti di rispondere al populismo imbecille che vede nel ricorrere al popolo contro la casta ogni risposta possibile al malaffare, piegandosi così alle sue folli richieste piuttosto che reagendo con la riaffermazione del primato della politica.

C’è poi un altro elemento.

A Marino, il passante di turno, l’uomo della società civile, lo scienziato, il medico, è stato chiesto di governare una città che da decenni è di fatto una palude (civile e criminale). Gli si è chiesto di risolvere problemi insormontabili.

Si è pensato cioè che appunto l’uomo virtuoso bastasse, che si potesse fare a meno della politica.

Si è insomma sperato che fallisse. Perché il suo fallimento era, purtroppo, certo.

Ed ecco che la sua schiena dritta (almeno così dobbiamo pensare per ora) poco ha potuto di fronte alla sua incapacità politica.

All’ex sindaco di Roma insomma è stato concesso di avvicinarsi a quei problemi senza fornirgli gli strumenti per affrontarli.

A Marino è stato concesso di essere eletto (dal PD in primis, ma i il M5S è per me corresponsabile) per essere accompagnato a suicidarsi.

Il sacrificio è compiuto. Si può andare avanti.

E adesso? Adesso sarà il turno dei cosiddetti professionisti della politica. Si fa per dire. Purtroppo, per noi e per i romani, professionisti non sono nemmeno loro. Che magari però sono meno ingenui, magari sanno quando e di fronte a chi piegarsi.

Perché è la politica qui ad essere assente. Ed è questa la cosa più grave che incombe sul futuro di Roma. E dell’Italia.

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