Mario Capanna rivoluzionario da salotto

Mario Capanna è uno dei principali esponenti del ’68 italiano. E’ stato politico con Democrazia Proletaria, Verdi Arcobaleno, Federazione dei Verdi. Molti di voi ricorderanno lo scontro con Massimo Giletti, dove il presentatore dell’Arena ha lanciato a terra il libro del filosofo sessantottino.

Non entro nel merito di questo diverbio, a dire il vero quando l’ho visto gli ho prestato la stessa attenzione che presto alle risse televisive: 15 secondi di sorriso seguito da indifferenza.

Tutto nasce dal vitalizio di Capanna: circa 5000 euro al mese in quanto ex parlamentare. In un periodo anti casta come quello attuale vengono fatte le pulci a tutti gli ex parlamentari, o almeno a quelli con una certa visibilità (l’italiano ha memoria breve: se non vede, non ricorda). Il vitalizio è un suo diritto acquisito che lo stesso Capanna difende strenuamente secondo la logica per cui un diritto acquisito non può essere messo in discussione in quanto creerebbe un precedente per tutti i beneficiari, anche i pensionati.

Per un precario certi discorsi lasciano l’amaro in bocca, ci si ritrova a pensare che con 5000 euro al mese di pensione si potrebbero fare tante cose, realizzare molti progetti come una casa, dei figli e la loro istruzione. La mente corre e si schianta sulla dura realtà, dove la prospettiva di una pensione è un sogno che molto probabilmente non si avvererà mai. L’impatto con la propria situazione fa emergere le ferite che ti hanno lasciato il lavoro precario, l’impossibilità di fare progetti a breve termine, perché quelli a lungo termine si è smesso di farli. Tornano alla luce le cicatrici lasciate dal futuro rubato, dalle prospettive troncate, dalle porte chiuse. Il presente che la classe dirigente ai tempi di Capanna ha lasciato ai propri figli si manifesta in tutta la sua fredda crudeltà.

Poi si sente ancora Capanna pontificare che ai trentenni di oggi “ben gli sta” di avere una prospettiva futura di povertà perché “non sopporta che i giovani di oggi non lottino e rimangono a casa dai genitori fino a quaranta anni”.  La frase è come una lama gelata nel fianco: il futuro incerto, le porte chiuse, le vessazioni subite, i ricatti quotidiani ribollono dentro come a voler uscire con forza. La quotidianità del trentenne di oggi è oltraggiata da un esponente di quella generazione fortunata e non lungimirante (se non egoista) che si è assicurata il proprio benessere lasciando il conto da pagare ai propri figli. Le scelte scellerate fatte dalla classe dirigente ai tempi di Capanna quando era al potere hanno estinto l’attuale generazione di giovani. A cosa è servito essere contro la casta dal 17 novembre 1967? I risultati sono sotto gli occhi di tutti: vitalizi di 5000 euro al mese come diritti acquisiti e una generazione intera di giovani trasformati in una forma di schiavi 2.0. Altro che lotta di classe…

Abbiamo capito: lottare significa fottere le generazioni future. No, grazie, preferisco lasciare ai miei figli un futuro migliore.

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