La tv che non ci fa pensare

Quando si sente parlare di analfabeti nell’epoca contemporanea, si pensa a contadini e braccianti di inizio ‘900 incapaci di leggere e scrivere. Persone che, non essendo potute andare a scuola, non sapevano scrivere nemmeno il loro nome. Nell’Italia del boom economico, la televisione ebbe un ruolo importante nell’alfabetizzazione della popolazione rurale italiana. Il programma “Non è mai troppo tardi” del pedagogista Alberto Manzi, è uno dei primi esempi di insegnamento multimediale. Manzi nella sua trasmissione teneva lezioni a classi di adulti analfabeti che avevano superato l’età scolare. Potete capire il ruolo educativo della televisione che, entrando nelle case degli italiani, insegnava a leggere e scrivere, in un periodo in era ancora necessario insegnare la lingua italiana agli adulti.

Oggi in Italia tutti sanno leggere e scrivere (si spera) e l’analfabetismo sembra essere stato “debellato” dal Bel Paese. Un’altra forma di analfabetismo purtroppo imperversa tra la popolazione italiana da un po’ di tempo a questa parte: l’analfabetismo funzionale. In giro ci sono stati ultimamente molti articoli a riguardo, tutti derivati da uno studio OCSE denominato All, adult Literacy and Life Skills dove i risultati indicano che circa il 50% degli italiani non è in grado di comprendere un testo scritto, parafrasarlo, capire un grafico ed è incapace di risolvere un problema attraverso un ragionamento attivo. Questo significa che quasi 1 italiano su 2 non è in grado di capire cosa c’è scritto su un bugiardino, non comprende i termini di un contratto e, forse la cosa più grave, interpreta il mondo esclusivamente sulla base della sua esperienza diretta.

analfabe

E’ un po’ come dire: “A Roma in 15 anni ho fatto solo 1 denuncia, a Milano in 4 anni ne ho fatte 3, quindi a Milano c’è più crimine che a Roma”. Un’affermazione del genere è una panzana pazzesca ed è inutile spiegare come nelle due città ci sia un livello di criminalità comparabile. Questo tipo di ragionamento, elementare e pericoloso, sta alla base del populismo che imperversa nella società italiana degli anni ’10 del nuovo millennio.

Anche la televisione di oggi strizza l’occhio all’analfabetismo funzionale. Mi sono imbattuto nello spot pubblicitario di una trasmissione di approfondimento che, a proposito dell’attuale emergenza immigrazione recita:

“Accogliere si può, accogliere si deve, ma l’accoglienza non fa figli e figliastri. Adesso si spenda per fare stare meglio italiani e stranieri. Non ci sono i soldi? Allora l’Europa chiuda uno dei due parlamenti inutili, lo faccia subito, domani mattina. E solo allora potrà darci delle lezioni.”

Il programma televisivo è La Gabbia di Gian Luigi Paragone in onda su La7. Il ragionamento è: prendere i soldi dalla chiusura di uno dei due parlamenti per risolvere la crisi immigrazione. Alberto Manzi si sarà rigirato così tante volte nella tomba da aver spostato la lapide. Siamo passati da una televisione di pubblica utilità a una che che fa del pensiero acritico il suo cavallo di battaglia. Non ci è dato sapere se questa perla di populismo targata Paragone sia una mossa per attirare il pubblico “di pancia” o se davvero nella redazione de La Gabbia credono che chiudendo uno dei due parlamenti si risolva la crisi degli immigrati in Europa. Quello che è certo è che Paragone non fa un buon servizio al Paese, alimentando il ragionamento acritico e diffondendo il populismo che deriva dall’incapacità di fare un “ragionamento attivo”. Personalmente credo più nella prima ipotesi, visti i trascorsi di Paragone che lo vedono come direttore di Radio Padania, emittente famosa per le sue posizioni “moderate”. Certo è che La7, essendo una televisione commerciale, può esimersi dal fare programmi “di pubblica utilità”, ma spingere sull’acceleratore del pensiero di pancia è davvero l’espediente rimasto alla televisione commerciale per attirare il pubblico?

La televisione, che rispecchiando la nostra società dandoci in pasto analfabetismo a basso costo, rischia di farci entrare in un vortice da cui difficilmente si potrà uscire. Abituarsi ad un ragionamento che non implica il minimo sforzo per capire la realtà, può inficiare il naturale percorso di progresso svolto da una società come quella italiana. Società che a gran fatica cerca di uscire da un periodo di crisi non solo economica, ma anche intellettuale. Senza lo spirito critico, senza il ragionamento attivo e senza la capacità di risolvere i problemi che ci si pongono davanti, il progresso dell’Italia è in grosso pericolo. Altro che “cambiare verso”: rischiamo di diventare (e restare) il fanalino di coda.

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